ESCLUSIVO: Qual è la formazione dei bidoni della storia della Serie A? Risponde Cristian Vitali

"Calciobidoni - Non comprate quello straniero" di Cristian Vitali, Piano B editore, 2010
"Calciobidoni - Non comprate quello straniero" di Cristian Vitali, Piano B editore, 2010

In Serie A sono presenti tanti calciatori stranieri, distinguibili tra campioni, buoni giocatori, discreti comprimari e poi ci sono loro: i bidoni. Vengono presentati al pubblico italiano come craque, i bidoni deludono le aspettative dei loro tifosi, che a loro hanno dato grande fiducia, pur spesso non conoscendoli.

La passione della Redazione di Calcio e Dintorni per il calcio passa anche per la scoperta, conoscenza ed in fondo persino per l'apprezzamento di quei calciatori che avrebbero dovuto splendere nel calcio italiano, ma che hanno fatto flop. Per meglio capire chi è un bidone, abbiamo intervistato Cristian Vitali, autore del libro Calciobidoni - Non comprate quello straniero e gli abbiamo chiesto di stilare la formazione dei bidoni stranieri all-time della Serie A. Questa formazione è unica nel suo genere ed esclusiva di Calcio e Dintorni. Grazie Cristian!

I TITOLARI

1. Magnus Hedman (Ancona), per diversi anni il portiere della Nazionale svedese (58 presenze in tutto), con cui ha giocato da titolare ai Mondiali del 1994 e del 2002 e agli Europei del 2000 e del 2004. Nel 2000 è stato nominato “Calciatore svedese dell’anno”. Ha avuto una discreta carriera, che però ha conosciuto un declino molto rapido, coinciso particolarmente con la chiusura degli ultimi campionati continentali del 2004. Ma anche in precedenza le cose non andavano benissimo: incappò in una stagione difficile (perse il posto da titolare a scapito del giovanissimo Chris Kirkland), culminata con la retrocessione del suo Coventry. Perse il posto da titolare anche nel Celtic di Glasgow, quindi si mise alla ricerca di una squadra che lo potesse far giocare: per questo nel Gennaio 2004 accettò al volo l’offerto dell'Ancona di Ermanno Pieroni, probabilmente senza sapere a cosa stava andando incontroEcco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

2. Michael Reiziger (Milan) arriva al Milan con la seconda “sfornata” di olandesi, purtroppo per i rossoneri quella più disastrosa. Infatti, il trio Gullit-Rijkaard-Van Basten era ben altra cosa rispetto a quello di Reiziger-Bogarde-Kluivert (senza contare Davids). Difficile dire chi abbia fatto peggio tra quest’ultimi, sotto questo punto di vista hanno dato tutti il massimo! Pur di acquistare Davids senza sborsare neanche un nichelino (leggasi parametro zero), l’Amministratore Delegato del Milan Adriano Galliani fu costretto ad inserire nel “pacchetto” anche questo improbabile terzino bollato giustamente come delusione dopo diverse prove non felici. Fu ingaggiato dall'Ajax solo grazie ai nefasti riflessi della sentenza Bosman e quindi vincolato da un contratto quinquennale (ovviamente, subito rescisso). In teoria era predestinato ad un compito assai arduo: sopperire alla partenza di Christian Panucci, che aveva da poco lasciato il Milan – Gennaio del 1997 – per andare al Real Madrid (per la cronaca, il terzino savonese sarà il primo giocatore italiano a vestire la casacca delle merengues). Ma in pratica non riuscì neanche lontanamente ad avvicinarsi alle prestazioni dell’azzurro: l’olandese accumula con la maglia del Milan solo 18 presenze totali (10 in campionato, 4 in Coppa Italia, 1 in Supercoppa di Lega e 3 in Champions League)Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

26. Franz Carr (Reggiana), un vero inganno. Chiunque penserebbe che la persona che porta questo nome sia di nazionalità tedesca, alto, biondo e possibilmente con gli occhi azzurri. Ma potrebbe benissimo anche essere – e siamo possibilisti – slovacco, croato o ungherese; e prendendo in considerazione il suo rendimento in campo, avrebbe potuto benissimo essere un operaio, un professore o un autista. E invece chi lo ha visto all'opera in Italia difficilmente crede che è invece un calciatore (o presunto tale) e tutti hanno sgranato gli occhi quando si sono resi conto che è un “colored” di nazionalità inglese. Iniziò la sua carriera in maniera discreta, diventando ben presto titolare nel Nottingham Forest: «Ooh Ahh Franzy Carr, I said Ooh Ahh Franzy Carr», gli cantavano i tifosi del Nottingham Forest. Un ritornello che qualche anno più tardi venne riutilizzato dai tifosi dello United nientemeno che per Cantona. Ma allora era forte questo benedetto Carr? Il mitico Brian Clough provò a farsi questa illusione, prendendolo sotto la propria ala protettiva sin da bambino, ma dovette ricredersi: Carr correva i 100 metri in poco più di undici secondi, ma tecnicamente (in tutta onestà) non era propriamente un campione. Una serie infinita di prestiti in Inghilterra non servì a farlo crescere e all'inizio degli anni 90 iniziò gradualmente a perdersi, specializzandosi in “gettoni di presenza”, fornendo le sue prestazioni per un limitatissimo numero di gare all'anno, che difficilmente rasentavano la doppia cifra.Franz Carr, un vero inganno. Chiunque penserebbe che la persona che porta questo nome sia di nazionalità tedesca, alto, biondo e possibilmente con gli occhi azzurri. Ma potrebbe benissimo anche essere – e siamo possibilisti – slovacco, croato o ungherese; e prendendo in considerazione il suo rendimento in campo, avrebbe potuto benissimo essere un operaio, un professore o un autista. E invece chi lo ha visto all'opera in Italia difficilmente crede che è invece un calciatore (o presunto tale) e tutti hanno sgranato gli occhi quando si sono resi conto che è un “colored” di nazionalità inglese. Iniziò la sua carriera in maniera discreta, diventando ben presto titolare nel Nottingham Forest: «Ooh Ahh Franzy Carr, I said Ooh Ahh Franzy Carr», gli cantavano i tifosi del Nottingham Forest. Un ritornello che qualche anno più tardi venne riutilizzato dai tifosi dello United nientemeno che per Cantona. Ma allora era forte questo benedetto Carr? Il mitico Brian Clough provò a farsi questa illusione, prendendolo sotto la propria ala protettiva sin da bambino, ma dovette ricredersi: Carr correva i 100 metri in poco più di undici secondi, ma tecnicamente (in tutta onestà) non era propriamente un campione. Una serie infinita di prestiti in Inghilterra non servì a farlo crescere e all'inizio degli anni 90 iniziò gradualmente a perdersi, specializzandosi in “gettoni di presenza”, fornendo le sue prestazioni per un limitatissimo numero di gare all'anno, che difficilmente rasentavano la doppia cifra. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

6. William Prunier (Napoli) è passato alla storia come uno dei peggiori acquisti sia del calcio italiano che di quello inglese (e ce ne vuole per peggiorare questo particolare record al contrario). Nella stagione 1996/97 veste infatti la gloriosa maglia del Manchester United poiché reduce da una buona stagione vissuta in Patria, nel Bordeaux. E’ l’amico Eric Cantona, stella indiscussa dei “Red Devils” e suo ex compagno nell'Auxerre, a caldeggiarne l’acquisto. Parte bene con una gagliarda prestazione all'esordio ma nel match successivo la sua squadra becca ben quattro gol dal Tottenham e sulla graticola finisce conseguentemente il buon William, protagonista di una prestazione quasi imbarazzante. Il francese viene quindi scaricato dopo appena due gare disputate, cercando di ricominciare nelle fila del modesto Copenhagen; l’anno seguente torna in Patria e risale la china nel piccolo Montpellier, facendosi notare da alcuni osservatori europei. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

24. Vratislav Gresko (Inter), il fantasma che infesta i sogni sportivi di chi ama e odia l'Inter, l’incarnazione delle proprie infelicità calcistiche. Gresko, biondo terzino sinistro, muove i primi passi nel Dukla Banska Bystrica, poi nel 1997 entra a far parte a pieno titolo del calcio professionistico, con la maglia dell’Inter Bratislava (forse un segno del destino). Il salto di qualità avviene nel 1999: il Bayer Leverkusen lo acquista dandogli la possibilità di disputare anche la Champion’s League, ma lo slovacco è chiuso nel suo ruolo da Zé Roberto e allora c’è chi ipotizza, giustamente, una sua cessione. Nel frattempo, Gresko diventa titolare inamovibile della sua Nazionale Under 21, e nella fase finale degli Europei del 2000 incontra (giocando anche bene) l’Italia allenata da Marco Tardelli. La sorte – o la malasorte nella fattispecie – vuole che proprio Tardelli il 7 Ottobre venga assunto come tecnico dell’Inter. A quel punto c’è poco tempo per fare mercato, e il nuovo allenatore va a memoria: si ricorda di aver patito, qualche mese prima, un lungagnone biondo di nome Gresko, e decide di farlo ingaggiare. Venerdì 27 Ottobre 2000: dieci minuti prima del termine ultimo per depositare i contratti in Lega Vratislav è ufficialmente un giocatore dell’Inter. Costo dell’operazione: circa 9 miliardi di Lire più un altro miliardo e mezzo per far arrivare il giocatore da subito e non a Gennaio: soldi ben spesi (dicono i dirigenti milanesi) per quello che dovrà essere l’erede di Brehme e Roberto Carlos. «So di essere l’atleta più famoso e più costoso della Slovacchia ed è una grande responsabilità per me, anche per ripagare il mio nuovo club dei soldi spesi per me» ammette Gresko. Infatti il suo esordio è assolutamente positivo: una bella gara e un assist per Recoba nel 2-0 casalingo contro la Roma. Gresko sembra poter reggere addirittura da titolare: nel suo ruolo, a differenza di Leverkusen, non è chiuso da nessuno. Questo è il problema. Le pagine successive della sua avventura andrebbero ascoltate, più che lette: tanti, sonori fischi e pochissime cose belle viste in campo. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

7. Luis Silvio Danuello (Pistoiese). Nell'estate del 1980 la Pistoiese si appresta a disputare per la prima e unica volta nella sua storia il campionato di Serie A. Per l’occasione i dirigenti della società toscana, abbagliati dalle trasferte dei talent-scout dei grandi club, decidono di intraprendere a loro volta un viaggio in America Latina alla ricerca di un gioiellino ancora nascosto da schierare nella massima Serie appena conquistata. Fu cosi’ che il Presidente della Pistoiese Marcello Melani affido’ tale arduo compito a Beppe Malavasi, allenatore in seconda della squadra. Il tecnico parte per il Brasile e “scova” Luis Silvio Danuello: torna quindi in Italia, entusiasta, e convince il nuovo allenatore Lido Vieri – alla sua prima esperienza in panchina – a farlo acquistare dalla società, che sborsa una cifra ragionevole, 170 milioni di Lire. L’arrivo del brasileiro, cresciuto nel Marilia (con cui vinse la Taça San Paolo, il campionato giovanile brasiliano), chiuso nel Palmeiras, poi prestato al Ponte Preta, suscitò a Pistoia molto entusiasmo. Vennero le prime amichevoli, la Coppa Italia, il precampionato. Luis Silvio, attesissimo, comincio’ pero’ ben presto a deludere tutti. Sulla base di cio’, e’ doveroso fare una premessa: le ragioni di questa delusione nascono da un clamoroso ed imbarazzante equivoco. La società arancione cercava un centravanti, una punta capace di assicurare un buon numero di gol per centrare la salvezza: ma Luis Silvio era invece una ponta, come si dice in portoghese, vale a dire una promettente ala destra pura capace di svolgere diligentemente il suo compito, e cioè di macinare chilometri sulla sua fascia di competenza per poi crossare al centro dell’area avversaria. Ma la Pistoiese non poteva permettersi il lusso di un’ala: a quei tempi, le squadre che lottavano per salvarsi giocavano con un solo attaccante: per riparare l’errore, pertanto, in Ottobre fu acquistato dal Catanzaro il bomber Vito Chimenti. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

10. Jorge Caraballo (Pisa), Uruguay, estate 1982: Jorge Washington Larrosa Caraballo, soprannominato “El Caballero”, è un giovane centrocampista come ce ne sono tanti, cresciuto nel club di seconda divisione del Central di Montevideo, che è poi passato nelle file del ben più blasonato Danubio, anch’essa squadra della Capitale. Italia, estate 1982, il Patron del Pisa Calcio Romeo Anconetani è alla ricerca di rinforzi per il club di cui è Presidente. Pertanto, riaperte le frontiere al mercato estero da un paio d’anni, progetta l’acquisto di un talento uruguayano sconosciuto, da lanciare nella massima Serie. Sarà così che i destini dell’anonimo giocatore sudamericano e della squadra toscana si incroceranno inesorabilmente. Nell'organigramma societario nerazzurro era presente anche Adolfo Anconetani, figlio del Presidentissimo, vissuto sempre all'ombra dell’ingombrante figura paterna. Il caso volle che in quei giorni il padre, impegnato in altre attività, si vide costretto ad affidargli questo importante incarico: partire per l’Uruguay allo scopo di ingaggiare un giocatore di spessore. Purtroppo Adolfo era uno sprovveduto che non aveva assolutamente la competenza calcistica del padre: infatti l’acquisto di Caraballo è l’unico della sua modesta carriera da dirigente a lui riconducibile, per sua stessa ammissione. Adolfo, giunto in Uruguay, pare che venne a sapere dell’esistenza di una giovane promessa, per l’appunto Caraballo, addirittura su semplice segnalazione di un tassista di Montevideo! L’affare (per chi, non si sa) fu presto concluso: l’indegno figlio di cotanto padre e il presunto campione sbarcarono quindi all’aeroporto di Pisa il 16 Luglio 1982, accolti da una marea di tifosi in festa. «Sarò il nuovo Schiaffino» – afferma spavaldo il giovanotto. Ci vuole poco perché gli applausi che accompagnarono il suo arrivo si trasformino in sfottò: “Caraballo, gioha bene nell'intervallo” sarà il sarcastico grido in dialetto pisano coniato dai tifosi nerazzurri, delusi dalle sue inquietanti prestazioni. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

9. Ma Ming-Yu (Perugia), Aveva tutte le caratteristiche del tipico acquisto della gestione Gaucci dell’epoca, che era ormai solito stupire tutti con ingaggi stravaganti e decisamente anomali, spesso provenienti dal mercato orientale. Questa volta il Patron biancorosso portò al Perugia il primo cinese nella storia del calcio italiano: Ma Ming-Yu, 27 anni secondo l’Ufficio Stampa dei grifoni, dai 30 ai 32 secondo fonti cinesi. Arrivò in prestito per una stagione (per 1 miliardo di Lire), con diritto di riscatto fissato a 4 miliardi, eventualmente da versare nelle casse dei cinesi nel Giugno 2001 – eventualità fortunatamente mai verificata – ed un ingaggio che si aggirava intorno al mezzo miliardo l’anno. Ha avuto esperienze anche con la Nazionale di calcio cinese come regista arretrato e ne è stato il Capitano ai Mondiali 2002. Fu l’autore del primo tiro cinese della storia verso la porta della Selecao in un epico Brasile-Cina. Giunto all’aeroporto di Roma il 13 Agosto 2000, il neoacquisto biancorosso disse: «Sono orgoglioso di giocare in Italia; mi auguro che dopo il mio arrivo si aprano le porte ad altri cinesi. Voglio far meglio di Nakata». Già da questa frase dimostrò evidentemente di non essere buon profeta. Presentato da Gaucci il giorno seguente, chiunque fosse stato presente alla conferenza stampa si sarebbe messo a ridere (non avrebbe potuto non scoppiare in una fragorosa risata): sembrava un piccolo vecchietto cicciottello, tant'è che si mormorava che avesse effettivamente molti più anni di quanti ne dichiarasse. Addirittura confessò di essere sorpreso nell'apprendere che i Comunisti erano presenti anche in Italia. Non pensava di aver fatto migliaia di chilometri per ritrovarsi sotto casa, politicamente parlando. Che ignorante! A chi gli chiese qual’era, a suo parere, il giocatore italiano più bravo, rispose, senza esitazione: «Alessandro Nesta. L’ho visto giocare in Olanda agli Europei, è davvero un fuoriclasse. Mi auguro di poterlo comunque battere quando ci giocherò contro». Ma quando mai? Alessandro Gaucci, vicepresidente del Perugia, figlio di Luciano: «Scopriamo talenti e facciamo affari: Ma Ming Yu ripeterà l’exploit di Nakata». Secondo quella che egli stesso chiama “la legge dei grandi numeri applicata al calcio”: «I cinesi sono un miliardo e mezzo, ci sarà pure un fenomeno. Cerco di portarlo qui». Quel fenomeno avrebbe dovuto essere proprio Ma Ming Yu. Ma a Perugia questo fenomeno lo stanno ancora aspettando. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

9bis. Nikos Anastopoulos (Avellino). Quando arrivò in Italia qualcuno titolò: «Dal Partenone al Partenio», simpatico giro di parole per celebrare un grande centravanti greco. La “Gazzetta dello Sport” si lasciò prendere ancor più dall'entusiasmo: «Scende dall'Olimpo il cannoniere dell’Avellino», ma il greco Anastopulos tutto era tranne che un Dio greco o un “virtuoso” del calcio. Il nuovo acquisto, che venne subito soprannominato il “Virdis del Partenone” per la sua vaga somiglianza con il noto centravanti italiano, accentuata dal “baffo” e dalle foltissime sopracciglia, aveva in comune con il sardo anche qualcos'altro: un’indomita indolenza e un’insostenibile apatia. Il Virdis vero però vedeva la porta come pochi, insomma la buttava dentro con costante regolarità. Anastopulos invece no, nella maniera più assoluta. Prelevato dall'Olympiakos Pireo, dove segnava regolarmente in doppia cifra ogni anno, nella stagione 1987/88 offrì all'Avellino prestazioni allucinanti riassunte dalla imbarazzanti cifre che seguono: 16 presenze e zero gol.Quando arrivò in Italia qualcuno titolò: «Dal Partenone al Partenio», simpatico giro di parole per celebrare un grande centravanti greco. La “Gazzetta dello Sport” si lasciò prendere ancor più dall’entusiasmo: «Scende dall’Olimpo il cannoniere dell’Avellino», ma il greco Anastopulos tutto era tranne che un Dio greco o un “virtuoso” del calcio. Il nuovo acquisto, che venne subito soprannominato il “Virdis del Partenone” per la sua vaga somiglianza con il noto centravanti italiano, accentuata dal “baffo” e dalle foltissime sopracciglia, aveva in comune con il sardo anche qualcos’altro: un’indomita indolenza e un’insostenibile apatia. Il Virdis vero però vedeva la porta come pochi, insomma la buttava dentro con costante regolarità. Anastopulos invece no, nella maniera più assoluta. Prelevato dall’Olimpiakos Pireo, dove segnava regolarmente in doppia cifra ogni anno, nella stagione 1987/88 offrì all’Avellino prestazioni allucinanti riassunte dalla imbarazzanti cifre che seguono: 16 presenze e zero golEcco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

11. Andreas Andersson (Milan). Nonostante la non certo esaltante esperienza in rossonero di Blomqvist, il Milan continua a pescare in Svezia, ed ancora nella blasonata squadra dell'IFK Goteborg, poiché individua una punta interessante ma ancora semisconosciuta, che risponde al nome di Andreas Andersson. In quel periodo lo svedese andava di moda, visto che il Milan seguiva anche un suo omonimo, quel Kenneth che tanto bene fece a Bari e a Bologna: quel cognome sembrava quindi poter essere di buon auspicio. In dote Andreas portava un buon numero di reti realizzati nel campionato svedese (determinante fu il suo ruolino di marcia nell'ultima parte del torneo: 13 reti in appena 8 gare) ed un’ottima media-gol con la sua Nazionale: ecco che quindi arriva a Milano per fare la terza punta, dietro Weah e Kluivert. Il piccolo biondo attaccante vedrà il campo in 13 occasioni, dimostrando di essere tutto tranne un giocatore in grado di pungere. Leggerino ed evanescente, è un eufemismo definirlo inutile, se non addirittura dannosoEcco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

9ter. Mario Jardel (Ancona). Fino a qualche stagione fa non passava estate in cui il nome di Mario Jardel non finisse nel mirino dei principali club italiani. Pare che ci fosse andata particolarmente vicina la Juve, ma sembra che le caratteristiche tecniche dell’attaccante brasiliano non soddisfacessero le esigenze di Lippi. In realtà era considerato uno dei migliori attaccanti del calcio europeo, non fosse altro perché era il più prolifico di tutti: anche per questo si era guadagnato l’appellativo di “Supermario”. Eppure per molti addetti ai lavori, il suo successo dipendeva più dalla scarsa qualità del campionato in cui militava (quello portoghese) che dalla sua innegabile abilità sotto porta. Di sicuro il fattore estetico non lo aiutava di fronte agli occhi degli operatori di mercato, che da lui si aspettavano dribbling, velocità, scatto fulminante, e venivano invece prontamente ricambiati con un’immobilità quasi irritante in mezzo all'area ed un piede spigoloso e non troppo preciso. A tutto questo, però, Jardel ha sempre sapientemente sopperito con una valanga di gol, soprattutto di testa, grazie ad una favolosa elevazione. Un fiuto per il gol che ha regalato tante soddisfazioni ai tifosi del Porto a metà anni 90, ma una tecnica rozza e per niente sudamericana che non gli ha mai permesso di accedere ai grandi club europei. Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

LE RISERVE

12. Chokri El Ouaer (Genoa). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

2bis. Winston Bogarde (Milan). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

2ter. Roberto Luis Trotta (Roma). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

8. Mika Aaltonen (Bologna). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

10bis. Jorge Luis "Andrade" da Silva (Roma). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

19. Al Saadi Gheddafi (Perugia). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

8bis. Vampeta (Inter). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

30. Harvey Delano Esajas (Milan). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

9quater. Soren Skov (Avellino). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

15. Sebastian Rambert (Inter). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

8ter. Luther Blissett (Milan). Ecco l'articolo completo su Calciobidoni.

 

Autore: Gianmaria Borgonovo 

 

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