C'era una volta lo stadio

E’ di qualche settimana fa la querelle tra il Comune di Milano e le due maggiori società calcistiche cittadine, Milan ed Inter, circa la possibilità della costruzione di un nuovo stadio, sempre in condivisione, nella zona dei parcheggi adiacenti il Meazza e il conseguente abbattimento di quest’ultimo. L’opinione pubblica si è divisa subito in favorevoli e contrari al cambiamento, portando le proprie ragioni. A nostro modo di vedere la vicenda di San Siro è particolare nel panorama calcistico mondiale. E’ indubbiamente uno dei simboli del capoluogo lombardo, un impianto iconico e unico caso, insieme a Roma, di struttura in cui coabitano due squadre professionistiche di massimo livello. La Scala del Calcio è in Italia, insieme all’Olimpico di Roma di proprietà del Coni, e in seguito agli ultimi recenti lavori di ammodernamento, uno stadio “5 stelle UEFA”, dove, neanche tre anni fa, si è giocata la finale di Champions League tra Real e Atletico Madrid. Un impianto probabilmente ora troppo grande per Milan ed Inter che, vuoi anche per il momento storico poco favorevole a livello sportivo, raggiunge il sold out esclusivamente nelle partite di cartello. Da qui l’idea da parte dei board delle due società meneghine di costruire uno stadio ex novo, meno capiente e che asseconda le esigenze commerciali dei club, in quanto più economico rispetto ad ammodernarne uno già esistente. Il dibattito è tuttora aperto. A questo proposito, proponiamo di seguito le vicende di cinque stadi che hanno fatto la storia del calcio e che adesso sono stati rimpiazzati da nuove astronavi con lo sponsor che campeggia fiero all’entrata, o da architetture sportive formato happy meal a uso e consumo di un intrattenimento da famiglie e tifosi da biblioteca.

Il calcio cambia, lo showbusiness va avanti e il “contenitore” stadio si modifica a sua volta. Ma ci sono storie nate in stadi lontani nel tempo, stadi che sono diventati delle vere e proprie icone da adorare.

Il primo è una ferita ancora aperta per gli appassionati, soprattutto perché l’investimento non è stato convertito in vittorie e trofei di spessore in bacheca, ma ha contribuito a trasformare quella che era una potenza fino ai primi anni del millennio in una squadra da copertina patinata con un bello stadio in cui giocare. Stiamo parlando ovviamente dell’Arsenal. Oggi l’Arsenal Stadium, per tutti Highbury, è così che si chiama il quartiere dove sorgeva l’impianto, non c’è più, e con esso se ne va una storia durata dal 1913 al 2006. Quasi cent’anni di grande calcio. La “HOF“, ovvero la Home of Football dei leoni biancorossi ci ha lasciato per fare spazio ad un nuovo stadio da £ 390 milioni: l’Emirates Stadium, un progetto faraonico da 60mila spettatori, con ristoranti di tutti i tipi, negozi di merchandising, bar e lussuose abitazioni, sedili più comodi, tribune coperte e posti macchina. È il fiore all’occhiello del panorama calcistico londinese, insieme al neonato New White Hart Lane, casa del Tottenham.

È quindi con un sentimento misto tra dolore e gioia che i fan si sono abituati alla sua assenza. Highbury si trovava nel distretto di Islington e aveva una capienza di più di 38mila posti. Era considerato il salotto del calcio inglese per la sua facciata, che richiamava lo stile decò, sulla quale si trovava l’orologio Clock End. L’ultima partita giocata ad Highbury è stata Arsenal - Wigan 4 - 2 del 7 maggio 2006, da allora è stato riconvertito ad edilizia residenziale. Da Highbury Stadium a Highbury Square. Le grandi vittorie dell’Arsenal sono nate sul campo di Highbury. Come detto, dal 2006 ad oggi i tifosi hanno potuto festeggiare solamente due Coppe d’Inghilterra. Sembrano così lontani gli anni dei successi con Henry, Viera, Ljungberg, Bergkamp e Wenger

Oggi è un complesso residenziale da 650 appartamenti e attici di lusso, c’è il portiere 24 ore su 24, il centro fitness e il parcheggio sotterraneo. Tutto è stato realizzato seguendo un principio: modificare il meno possibile la struttura originaria. Il campo da gioco è stato diviso in tanti piccoli giardini condominiali. Il rettangolo verde è rimasto al centro del progetto, perché tutti gli appartamenti hanno almeno una vetrata che guarda i giardini. Ad Highbury molto è stato fatto per conservare la memoria. Le facciate delle storiche tribune East Stand e West Stand  in art déco  sono state conservate così com’erano. Gli stanzini delle biglietterie sono stati tirati a lucido e restituiti a nuova vita, e anche il tunnel di ingresso al campo è rimasto intatto. Ma tutto questo contribuirà solo ad arricchire la storia.  L’Arsenal Football Club ora è, e resterà sempre, una squadra con il cuore nel nord di Londra, fondata nel 1886 dagli operai dell’arsenale militare di Woolwich.

Il secondo stadio è quello di una squadra spagnola che, con debite proporzioni, può essere paragonato al Piacenza dei primi anni ’90, in cui la globalizzazione e l’esterofilia iniziavano a prender piede anche nel calcio, ovvero a quello che è passato alla storia come il Piacenza degli italiani. Qui si parla del club basco per eccellenza, l’Athletic Bilbao, e del suo San Mamés. Squadra dalle origini antichissime, l’Athletic fu fondato nel 1898. Il primo trofeo nel 1902, sconfiggendo il Barcellona nella Coppa Nazionale. È il 1910, invece, che sancisce i colori dell’Athletic: il rojiblanco. Il catino infernale dove l’Athletic ha dettato legge per quasi un secolo, venne chiamato così perché sorgeva su un terreno dove in precedenza era situata una chiesa dedicata a Mamete di Cesarea, San Mamés appunto. Per tutti gli spagnoli, questo stadio è La Catedral. La vera Cattedrale di Bilbao. Ecco cosa dice Santiago Segurola, famoso giornalista sportivo spagnolo, a proposito dello stadio: “La chiesa era dedicata a San Mamés, il martire che sapeva domare i leoni. Lo stadio ne ha preso in prestito il nome. Da allora è chiamato San Mamés, sebbene tra gli appassionati sia anche conosciuto come La Catedral. L’appellativo non è ironico. Non si deve alle sue umili origini, né alla vicinanza con la piccola chiesa. È diventato La Cattedrale perché non c’è stato stadio più rispettato in tutta la Spagna e perché, al tempo stesso, nessuno stadio è stato più rispettoso delle tradizioni del calcio”. Passione calcistica che diventa quasi religione. Una struttura da idolatrare quasi quanto la squadra stessa, il San Mamés non può essere considerato alla stregua di tutti gli altri. Giocare lì dentro era come entrare in chiesa, come mettere piede in una vera e propria cattedrale. Una Via Crucis per chi passava di lì.

Luis Fernandez, calciatore francese compagno di Platini nella nazionale degli anni ottanta e allenatore dell’Athletic dal ’96 al 2000, ha affermato che “Bilbao senza il San Mamés sarebbe come Parigi senza la Torre Eiffel”. Rende perfettamente l’idea.

Come tutte le storie romantiche, il lieto fine non sempre è previsto e dal 2013 il vecchio San Mamés non c’è più. È stato demolito per fare spazio ad un nuovo stadio costruito proprio a fianco delle ceneri del “padre”, prende il suo stesso nome ma viene identificato come San Mamés Barria. Costo dell’operazione € 173 milioni. Anche a Bilbao si sono dovuti fare due conti e mettere da parte i sentimenti. Si sono lanciati nel futuro con uno stadio a 5 stelle Uefa, ma lo spirito è rimasto quello di una volta. A chiosa ancora Segurola che nell’elogio del San Mamés scrive questa sorta di epitaffio: “Non è stato di certo lo stadio più bello, ma certamente quello con più carattere. È stato ampliato sette volte, acquisendo forme strane e irregolari, che lo hanno reso ancor meno bello ma più umano. Lo stadio ha servito egregiamente l’Athletic e i suoi tifosi. Ha visto epoche d’oro e momenti drammatici. Nato modestamente, muore come La Catedral del calcio”.

Il terzo è impianto è nei Paesi Bassi che, oltre ad essere la patria dei tulipani, degli zoccoli in legno e dei polder, ha visto la nascita del calcio totale. Ad Amsterdam, infatti, prima della Johan Crujif Arena, la casa dei lancieri dell’Ajax era il De Meer dove appunto Cruijff ha dettato legge per anni. Inaugurato il 9 dicembre 1934 con la gara tra Ajax e lo Stade Français, l’impianto poteva contenere 22mila spettatori ma per via delle norme di sicurezza scese a 19mila. Troppo poco per giocare in Coppa Campioni. Per questo motivo, Johan e la sua corazzata dovevano  disputare le gare europee all’Olympisch Stadion. E tre Coppe Campioni furono.

L’ultimo incontro al De Meer fu il 28 aprile 1996: Ajax - Willem II. Finì 5-1 per i lancieri che si aggiudicarono così il 26° scudetto, il terzo consecutivo della gestione Van Gaal. Nella zona sono stati costruiti dei ponti intitolati agli ex calciatori dell’Ajax degli anni’70. Sei strade invece sono state intitolate agli stadi in cui il club disputò alcune partite internazionali come Anfield, Bernabéu, Delle Alpi e Wembley. È lì che è nato il grande mito dell’Ajax e dell’Olanda. Cruijff & Co. sono tutti figli del De Meer.

Nel 1996 è stato raso al suolo per fare spazio a residenze e ad un parco.

Per il quarto stadio siamo in Germania, in Baviera per la precisione. L’Olympiastadion, a differenza degli altri stadi sopracitati, non è stato demolito, anche se possiamo certamente qualificarlo come abbandonato dal grande calcio, specie pensando a quello che in passato è riuscito ad ospitare. Ma solo dal 2005, prima dell’arrivo dell’Allianz Arena, costato € 340 milioni. Protagonista in questo monumento del calcio è stato senza dubbio Franz Beckenbauer, il Kaiser. Con la maglia del Bayern annovera 5 campionati nazionali tedeschi, 3 Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe e 4 Coppe di Germania. È con la maglia della nazionale, però, che fa lo sgarbo più grande al suo contraltare Cruijff, vincendo la Coppa del Mondo nel 1974 proprio contro l’Olanda e proprio nella sua casa. L’Olympiastadion è ancora protagonista con la sua struttura a cielo semi-aperto e la sua pista d’atletica che avvolge il terreno da gioco, oggi in erba sintetica. Progettato dall’architetto tedesco Günther Benisch, fu costruito tra il 1968 e il 1971 per essere pronto in occasione delle Olimpiadi del 1972 nella capitale bavarese. Anche quella volta i tedeschi si dimostrarono tecnologicamente lungimiranti. L’impianto presentava alcune soluzioni tecniche innovative per l’epoca: non essendo interamente coperto dal tetto, lo stadio, veniva esposto agli agenti atmosferici e, per far fronte soprattutto al clima rigido invernale, nel sottosuolo del terreno di gioco fu impiantata una rete di 18 chilometri di tubi in materiale sintetico percorsi da acqua calda per mantenere il prato sgombro da neve e ghiaccio. In Italia, quasi 50 anni dopo, siamo ancora con badili e sacchi di sale per gli spalti. Ma questo è un altro paio di maniche. 

L’ultima tappa di questo viaggio per l’Europa ci porta in Italia, nell’icona del calcio granata, il Filadelfia. Simbolo di una storia, di una tragedia, quella di Superga, che si è portata via con sé un’intera generazione di campioni guidati dall’incommensurabile classe di Valentino Mazzola. È lo stadio più leggendario che l’Italia ha conosciuto. E solo un disastro aereo come quello capitato ai giovani granata poteva scalfire i contorni di una leggenda ormai senza tempo. Lo stadio venne ideato dal conte Enrico Marone di Cinzano, a quei tempi presidente granata. L’inaugurazione dell’impianto avvenne il 17 ottobre 1926 e, per l’occasione, si svolse una partita amichevole tra il Torino e la Fortitudo Roma, alla presenza del principe ereditario Umberto II, della principessa Maria Adelaide e di un pubblico di 15mila spettatori. Questo stadio ospitò le partite casalinghe del Torino fino al termine della stagione 1962-1963. Qui i granata vinsero sei dei loro sette Scudetti. In questa struttura il Torino è rimasto imbattuto per sei anni, 100 gare consecutive, dal 17 gennaio 1943 alla tragedia di Superga. Durante la guerra subì dei forti bombardamenti e, nonostante la copertura della tribuna fosse rimasta intatta, le travi metalliche vennero asportate per rifornire probabilmente l’industria bellica, e sostituite con altre in legno.

Dopo diversi tentativi di riqualificazione, mai andati a buon fine, si deve ad Urbano Cairo, attuale presidente granata, la costruzione sulle ceneri del “Fila” (a parte due porzioni degli spalti tutelate dalla sovrintendenza e integrate nel progetto di recupero) della Casa del Toro, il nuovo centro sportivo, in cui si allenano la Prima Squadra e la Primavera, dove si trova la sede sociale, con il museo del club, la sede della Fondazione Stadio Filadelfia e una foresteria per le giovani promesse granata del settore giovanile. La capienza complessiva dell’impianto sarà di 4mila posti, di cui 2mila nella tribuna coperta, ricostruita molto similmente a quella originaria, con l’obiettivo di ridare definitivamente alla città, ai tifosi e tutti gli appassionati di calcio e non, lo Stadio che non solo ha ospitato le gesta del Grande Torino, ma che rappresenta l’unica e vera casa granata.

Il Toro non è più ai vertici delle classifiche da tanto tempo, ma la maglia granata e il suo stadio, il Filadelfia, ci fanno tornare sempre con piacere indietro nel tempo.

 

Autore: Andrea Longoni

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