Football hooliganism

Nel secondo dopoguerra il gioco del calcio rappresenta per i figli della working class britannica il pretesto per l'esplosione di un sentimento di frustrazione e di un generale malcontento nei confronti della società. Il football hooliganism si afferma cosi in nome di una volontà di esprimere un rifiuto all'imposizione di un modello-calcio che si sposta verso la professionalizzazione, l'imborghesimento e la spettacolarizzazione.

 

Con questa introduzione si apre il libro Football holiganism di John Clarke, tradotto efficacemente in italiano dall'amico Luca Benvenga.

Violenza, confronto sociale e Inghilterra post-seconda Guerra Mondiale sono i temi principali trattati mirabilmente in questo libro.

Abbiamo intervistato Luca Benvenga, che ha risposto alle nostre domande in merito al tanto temuto fenomeno degli hooligan inglesi e mondiali.

Salve Luca, il libro “Football hooliganism. Calcio e violenza operaia” tratta gli aspetti sociali legati al fenomeno dell’hooliganism. Il movimento hooligan in Inghilterra e quello ultras in Italia sono completamente diversi. È vero che alcuni gruppi italiani si definiscono casual ed all'inglese, ma forse la più grande differenza è la politica, centrale da noi specie negli anni 70’-80’. Che ruolo ha la politica nelle curve d’oltremanica?

A differenza del modello ultrà italiano, che a partire dalla fine degli anni Sessanta ha pagato il suo prezzo nei confronti della sfera politica, nei paesi anglosassoni il fenomeno hooligan nasce come estensione dei valori under class, coniugando ad un approccio “duro”, tipico dei lavoratori manuali non specializzati che iniziavano ad essere esclusi dal processo produttivo che si  avviava verso una dolorosa “maturazione”, un'esasperata territorialità e forte coesione del gruppo, elementi determinanti e fondanti le regole di vita dei giovani Skinhead dell'East End londinese, che vedevano nell'occupazione dei campi di calcio un senso di attaccamento alle proprie origini, reclamando una identità minacciata che andava a tutti  i costi recuperata. La  politicizzazione oltremanica ha avuto dei percorsi meno lineari rispetto alla storia italiana, diciamo che ha conosciuto una certa radicalità nel medio-periodo, coinciso il proselitismo del neonato National Front nei quartieri periferici, che contribuì all'affermazione di un’intellighenzia in cui l’inter-razzialità, modello imperante degli Skinhead del 1969, viene sostituita (non da tutti) dalla monoetnicità ed esaltazione dell’identità bianca e inglese, da intendere come una perpetuazione e conservazione delle radici culturali di fronte alla disomogenizzazione degli stili di vita, verso cui inesorabilmente stava marciando il resto d'Europa e la nazione inglese, e questo si tradusse nell'accentuazione di frustrazioni xenofobe nelle terrace, cui fecero subito eco delle determinazioni solidaristiche che cementarono una coesione inter-etnica.

 

Il movimento hooligan è stato debellato non solo da misure thatcheriane e durissimi life-bans, ma si è anche calmato da solo, diciamo. Alla fine degli anni 80’ con la famosa Summer of Love, molti uligani iniziano a preferire l’ecstasy ai pestaggi. Quanto secondo Lei hanno impattato i vari fattori, in che diversa misura?

Dunque, oggi qualcuno parlerebbe di narco-capitalismo, ovvero la “medicalizzazione” di soggetti meno acquiescenti attraverso l'uso (anche) di sostanze psicotrope, inducendoli a rientrare nella “normalità” o quantomeno a negare loro qualunque forma di legittimità sociale. Ci sarebbe da parlare tanto sul ruolo delle pillole anoressizzanti a base di anfetamina in uso specialmente tra i giovani Mods negli anni Sessanta, funzionali ad accelerare le frequenze emotive e consentire loro di uscire il venerdì e ritornare negli uffici il lunedì mattina, o sulla frantumazione di una subcultura (la parte dura dei Mods, gli Hard Mods, costituì lo zoccolo duro degli Skin), e questo ci indica come le culture giovanili di matrice operaia non si auto-rappresentano come un monolite, ma le risposte  e le reazioni  al sistema hanno fatto seguito ad una dimensione volontarista, non si spiegherebbero altrimenti i vari modelli, ognuno con  le sue peculiarità e spesso in contrapposizione tra loro.

Di sicuro le misure repressive della Thatcher hanno prodotto un risultato, quello di indebolire e isolare il movimento hooligan: la frammentazione di un fenomeno culturale d'opposizione è la figura retorica che hanno assunto le elites del neoliberismo capitalista in crisi di egemonia, scriveva Stuart Hall. Tuttavia, ottenuto il consenso popolare alle reazioni autoritarie volte a demonizzare e reprimere i gruppi meno remissivi, i boot boys si sono riorganizzati, hanno abbandonato il “vecchio” modello iconografico, vulnerabile a forme di reazione sociale stigmatizzanti, ed hanno iniziato a vestire casual, invalidando il consuetudinario rapporto tra ciò che si vuole mostrare e quello che realmente si intende esprimere. La “Lady di ferro” aveva trovato delle risposte all'hooliganismo, ma gli hooligan cambiarono le domande. Questo adattamento, in nome di una conservazione delle norme della sfera comportamentale e degli ideali, è comune a tutte le “bande” di strada.

 

Vede un possibile ritorno in grande stile del movimento hooligan? Per esempio con le nuove generazioni di immigrati in Europa?

Più che ritorno in grande stile degli hooligan, io mi concentrerei soprattutto su come vasti settori di giovani  e meno giovani rilanciano nelle terrace, ma anche nelle curve in lato sensu, una pulsione aggressiva che non è da intendere come valvola di sfogo, bensì come rivendicazione di un agire collettivo in una società che prescrive la ricetta della “riuscita” attraverso il merito individuale. L'aggressività de-controllata negli stadi ha un suo valore assertivo: è una forma di auto-identificazione e questi aspetti implicano di sicuro un'analisi organica e complessiva della realtà sociale, sempre meno solidale e non in grado di fornire dei “ripari” al soggetto, il quale si crea uno status e mobilita una energia positiva sfidando la conformità e i meccanismi di deterrenza.

 

Come mai il fenomeno dell’hooliganism sta spopolando in Sudamerica, come testimoniato dalla recente finale di Copa Libertadores?

Da sempre nei paesi sudamericani gli hinchas hanno avuto un approccio “accalorato” alle partite di calcio, specie nelle rivalità cittadine per eccellenza, in cui il campanilismo, il senso di appartenenza e il difensivismo collettivista sono esasperati. Inoltre, non dimentichiamo come non sia da sottostimare la consapevolezza mediatica del gesto violento che enfatizza “l'estremismo partecipativo” degli attori, ma evidenzia anche come la “creazione di notizie” si basi sul sensazionalismo e sulla deviantizzazione di gruppi sociali (spesso a scopo politico) i cui comportamenti non sono compatibili con l'ordine sociale, su tutti quelli dei tifosi violenti, considerati come una vera e propria sfida nei confronti delle autorità e che vanno arginati, ostruendo la mobilità negli impianti (tornelli, riconfigurazione degli spazi negli stadi etc) e imbrigliandoli nei tentacoli dei talk show, in cui non si problematizza il fenomeno (come dovrebbe essere) ma  ci si limita solo a descriverlo nell'incapacità intellettuale di comprenderlo e spiegarlo. E questo reputo sia uno dei grandi limiti della contemporaneità.

 

Nel calcio esistono casi di tifoserie in cui si va oltre il “senso di appartenenza”, creando un legame profondo che supera i tipici concetti di città, paese o quartiere. Classici esempi sono il St. Pauli di Amburgo e il Rayo Vallecano di Madrid: tifoserie dichiaratamente antifasciste e contro ogni tipo di discriminazione e che vivono una straordinarietà sociale con iniziative solidali e di volontariato. A nostro modo di vedere, sono esempi virtuosi nel mondo ultras. È a conoscenza di ulteriori casi nel mondo di questo fenomeno?

Gli esempi citati sono molto rappresentativi e costituiscono delle contromisure ai decennali processi di etichettamento che l'universo ultras internazionale si porta appresso. Realtà più o meno grandi con una tradizione più o meno lunga fanno da battistrada, utili a ripensare un nuovo modello calcio basato su valori solidali e inclusivi, veri e propri laboratori sociali per tutte quelle soggettività che si riconoscono nell'antifascismo e considerano l'ibridazione razziale come fondamento delle società contemporanee. Al riguardo, rivolgerei l'attenzione anche a campionati e contesti non di blasone ma non per questo meno importanti, mi riferisco al calcio popolare, con squadre che militano nelle serie dilettantistiche che si sorreggono sull'azionariato popolare e l'orizzontalità delle pratiche, in cui convergono biografie individuali tra loro distanti e in cui si mescola l'attivismo e la militanza politica con prassi associazioniste, e che meriterebbero maggior respiro per via della loro forza coesiva e del messaggio di rispetto e integrazione che veicolano, oltre che di opposizione allo star system. A mio avviso, queste buone pratiche sono a fondamento di una resistenza e resilienza gruppale in una società che, ahimè,  fidelizza soggetti economicamente e culturalmente meno protetti per assicurarsi la costante della guerra sociale come strumento a tutela di privilegi di pochi, e che “terrorizza” la popolazione “istruita e con risorse” per vendere abbonamenti pay tv nel caso del calcio, che John Clarke definisce nel libro, a ragione, spettacolarizzato, commercializzato e imborghesito (inteso come “nobilitato”).

 

Siamo soliti chiedere a tutti gli scrittori intervistati su Calcio e Dintorni un paragone culinario. A quale piatto paragonerebbe il movimento hooligans inglese descritto in hooliganism? A quale invece paragonerebbe il fenomeno degli ultras italiani, tristemente protagonisti delle vicende extra-stadio?  

Io voglio paragonare il movimento hooligan ad un fish and chips, e gli ultras ad una carbonara.

 

Autori: Riccardo VincelliGianmaria Borgonovo

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