Lazio - Anna Frank, cronaca di un disastro mediatico

Sono ormai diversi, troppi giorni che su ogni mezzo di comunicazione si parla della vicenda che vede protagonisti dei beceri tifosi laziali che hanno attaccato degli adesivi a sfondo antisemita, in particolare quello che ritrae il volto sorridente di Anna Frank, l’autrice di uno dei diari più toccanti della storia moderna, con la maglia della Roma. Da qui si è innescato un meccanismo per il quale si è giunti, se mai fosse stato possibile, ad un finale peggiore, quasi grottesco. Della serie “poteva andare peggio, poteva piovere”. Appunto.

Cerchiamo a bocce ferme di ripercorrere la serie di eventi che si sono susseguiti.

Tutto è iniziato lunedì, quando nella Curva Sud dello Stadio Olimpico di Roma sono stati ritrovati degli adesivi come quelli sopracitati. Gli adesivi erano stati attaccati dagli ultras della Lazio, notoriamente molto vicini all’estrema destra, in occasione della partita di campionato Lazio - Cagliari. Per loro, com’è noto, ebreo è un insulto. Già qui, però, c’è qualcosa che non quadra. Ovvero, cosa ci facevano i sostenitori biancocelesti nella curva che notoriamente viene occupata dai tifosi giallorossi? Anche perché all’Olimpico solitamente, quando gioca una delle due squadre romane, la curva dei rispettivi “cugini” è proprio chiusa. La risposta è presto data. A causa della squalifica per due giornate inflitta dal giudice sportivo alla Curva Nord, il presidente della Lazio Lotito ha deciso, per non fare mancare alla squadra l’appoggio dei suoi sostenitori più caldi, di dar loro la possibilità di “migrare” in Curva Sud al prezzo simbolico di 1 €. Tra l’altro, operazione tecnicamente possibile perché il provvedimento di squalifica è determinato dagli organi calcistici e non dalle autorità di sicurezza. Dimenticavo, il motivo della squalifica comminata alla curva laziale è, neanche a dirlo, il razzismo, declinato questa volta in ululati contro due giocatori del Sassuolo, Adjapong e Duncan.

Il risultato di questo escamotage è tristemente noto. Per dovere di cronaca, oltre allo sticker di Anna Frank, c’erano altri adesivi antisemiti come “Romanista ebreo” o “Romanista Aronne Piperno” (un personaggio ebreo del film Il marchese del Grillo). 

Lo sdegno da parte del mondo “sano” è immediato, soprattutto da quello politico. Ne hanno parlato tutti: dal Presidente della Repubblica Mattarella al Presidente del Consiglio Gentiloni, passando per il Segretario del PD Renzi che su Twitter cinguetta “Se fossi il presidente di una squadra di calcio domani farei mettere sulle maglie la Stella di David e al posto dello sponsor l’hashtag #annafrank”. La notizia è arrivata anche su alcuni media internazionali come il Guardian, NBC News e BBC

La deriva mediatica e il teatrino del grottesco sono, tuttavia, già in atto. Per puro caso, o con il senno di poi possiamo parlare di fatalità, la Lazio aveva da tempo programmato una visita alla Sinagoga di Roma. Un’ottima occasione per prendere le distanze da quella frangia filofascista dei propri tifosi e cercare di distendere gli animi. Niente di più sbagliato. Eppure le premesse non erano state negative, con Lotito che, accompagnato da una delegazione di dirigenti della società e due giocatori, i brasiliani Wallace e Felipe Anderson, ha deposto una corona di fiori sotto la lapide commemorativa delle vittime dei deportati di Roma e ha comunicato che ogni anno organizzeranno delle visite, rivolte a 200 giovani tifosi, ai campi di concentramento di Auschwitz per sensibilizzarli su questi temi. Magari un po’ forzato ma va benone. 

Come detto, il disastro è dietro l’angolo. Non passano neanche 24 ore e in rete gira un audio che vede come protagonista proprio Lotito che, in partenza dall’aeroporto di Linate giusto poco prima della visita alla Sinagoga di Roma, chiede chi della comunità ebraica sarà presente: “Il vice rabbino ci sarà? Solo il rabbino c'è? Non valgono un c***o questi. Tu hai capito come stamo? A New York il rabbino, er vice rabbino”, chiosando con un “Famo 'sta sceneggiata... te te rendi conto”. Apriti cielo, lo scivolone è bello che servito. Lotito non smentisce neanche le frasi carpite nella registrazione. Come potrebbe, l’audio è inequivocabile. Però prosegue nella sua opera di espiazione facendo scendere in campo i suoi giocatori durante il riscaldamento pre-partita contro il Bologna al Dall’Ara con una maglia bianca raffigurante Anna Frank con sotto la scritta “NO all’antisemitismo” e facendo porgere una corona di fiori, un’altra, sotto la lapide commemorativa di Arpad Weisz, allenatore ungherese di origini ebraiche che ha portato il Bologna alla conquista di due scudetti e che ha subito la deportazione nazista, morendo in un campo di concentramento.

 

Qui, ora, entra in gioco la Lega Calcio che, ovviamente, denuncia ad alta voce questo tipo di gesti e decide di inscenare, come già scritto più volte, un siparietto grottesco, con i capitani di tutte le squadre di Serie A che, in occasione dell’ultimo turno infrasettimanale, hanno firmato copie del “Diario di Anna Frank” e di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, come se li avessero scritti loro. Ma soprattutto, è stato indetto un minuto di riflessione sull’antisemitismo, durante il quale sono stati letti stralci di queste opere. Errore madornale, perché nella migliore delle occasioni, questi sono stati recitati in stadi semideserti e nella diffusa, forse anche legittima, indifferenza, mentre nella peggiore delle occasioni si è prestato il fianco alla reazione di altri beceri tifosi. Ad esempio, nello stadio della Capitale, la lettura è stata coperta dai cori dei romani a sostegno della squadra. A Torino una parte della Curva Sud della Juventus, quella occupata dai gruppi di ultras, ha cantato l'inno di Mameli. Al Dall’Ara, invece, dopo i gesti simbolici, l’atmosfera di raccoglimento è stata rovinata da un centinaio di sostenitori laziali che aspettavano di entrare nell'impianto bolognese. Prima hanno intonato cori da stadio, poi la “Società dei magnaccioni”, infine hanno intonato il “Me ne frego” di stampo fascista. Il tutto corredato di braccia tese nel saluto romano. Un vero e proprio autogol.

Ora c’è chi si divide, se era necessario sollevare questo polverone per degli adesivi apposti da una cerchia ristretta ignorante di tifosi o se era altrettanto necessario prendere una netta presa di posizione contro le discriminazioni di qualsiasi genere e natura. Sicuramente qualcuno verrà punito ma sarà molto difficile estirpare la sottocultura che si trova dietro le tifoserie organizzate, al calcio e alla società in generale, da sempre specchio di ciò che succede all’interno degli stadi.

La strada, purtroppo, è ancora molto lunga.

 

Autore: Andrea Longoni

 

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