C'era una volta il calcio Made in Sud

Quella che si avvia alla conclusione potrebbe essere la stagione del definitivo tramonto del calcio meridionale in Serie A. 

A Crotone, la prima storica apparizione in massima serie è stata caratterizzata da molte ombre e poche luci, l’ultima delle quali è stata la meritata vittoria allo Scida contro l’Inter che ha rilanciato i Pitagorici nella corsa salvezza. Slancio puntualmente castrato dalle due vittorie consecutive che hanno consegnato all’Empoli, fin qui avido di gol, gli scalpi “eccellenti” di Fiorentina e Milan e che hanno permesso ai toscani di ergersi ulteriormente oltre la linea di galleggiamento. A Palermo, invece, la disorganizzazione a livello dirigenziale è proporzionale alla povertà di gioco e risultati sul campo. Il passaggio di testimone tra Maurizio Zamparini e Paul Baccaglini è solo l’ultimo di una serie di avvenimenti in questa stagione tormentata. Solo il tempo e la possibilità di fare “tabula rasa” che comporta la ormai quasi certa retrocessione ci diranno della bontà dei propositi della nuova dirigenza.

A meno di clamorose sorprese dai play off di Serie B e alla luce di quanto sopra, la prossima stagione potrebbe essere l’Anno Uno del calcio del Mezzogiorno. Uno come la sola squadra rappresentante il Sud Italia in Serie A, il Napoli, tanto grande quanto solo, e l’unica a predicare in un deserto contraddistinto da mancanza di progettualità, poca lungimiranza, nessun investimento e una tendenza all’avventurismo da parte degli addetti ai lavori da far accapponare la pelle. Tutti questi fattori hanno ampliato la forbice tra il calcio del Nord e il calcio del Sud. Uno sport che, a seconda della latitudine dello Stivale, va a due velocità.

Una diretta conseguenza è che, ormai, i veraci e gagliardi derby del Sud sono relegati, nella migliore delle ipotesi, nelle categorie semiprofessionistiche e vivono di sfarzi passati e di sole rivalità campanilistiche tra tifoserie, mentre alcune piazze sono addirittura sparite dai radar a causa di fallimenti e conseguenti ridimensionamenti.

Di seguito, ripercorriamo l’apice raggiunto nel recente passato da sei società meridionali in Serie A.

Bari – stagione 1999/2000

Il Bari è una squadra da sempre abituata al palcoscenico della Serie A. Ha militato, infatti, per 30 stagioni nella massima serie, risultando cosi la prima società pugliese e la terza del Mezzogiorno, dopo Napoli e Cagliari, per numero di partecipazioni. I sostenitori biancorossi sono tra i più caldi e affezionati d’Italia e, numeri alla mano, sono la seconda tifoseria del Meridione, sempre dopo Napoli. Nonostante questo la Serie A manca a Bari dalla stagione 2011/2012. Il momento più iconico del recente passato dei Galletti, più che il biennio di Ventura che ha portato il Bari agli onori della cronaca del calcio italiano per il suo gioco arioso e propositivo, è la “nascita calcistica” di Antonio Cassano. Quella stagione, Eugenio Fascetti, tuttora l’allenatore che ha seduto più volte sulla panchina del Bari, ma che arrivò tra lo scetticismo iniziale per i suoi trascorsi leccesi, aveva una rosa composita: due futuri campioni del mondo come Gianluca Zambrotta e Simone Perrotta; in difesa c’erano Gaetano De Rosa e capitan Luigi Garzya; nomi diventati un culto come Phil Masinga, Rachid Neqrouz e Hugo Enyinnaya; in porta il compianto Francesco Mancini e in attacco le bocche di fuoco Gionatha Spinesi e Yksel Osmanovski.

Una stagione senza infamia e senza lode, con una 14^ piazza che ha evitato la retrocessione per 3 punti. Se non fosse per quel 18 dicembre 1999 quando nell’Astronave San Nicola, impianto da 60mila posti che nulla c’entra con le categorie minori, Fascetti decide contro l’Inter di far esordire in casa i due ragazzini: Hugo Enyinnaya e Antonio Cassano, diciassettenne di Bari Vecchia. Il resto è storia nota. Un gol capolavoro a testa ma destini differenti, con il nigeriano che raggiunse quella sera l’apice della sua effimera carriera ad alti livelli, e Cassano che giocò a Bari un altro anno e mezzo, prima di passare alla Roma per 60 miliardi di lire. Poi Real Madrid, Sampdoria, le due milanesi, Parma, ancora Samp e tante, troppe “cassanate” che l’hanno portato ora ad essere senza squadra. Oggi la realtà è una nuova stagione in salita in cadetteria, con Colantuono che sostituisce l’esonerato Stellone, e il tridente Galano-Maniero-Floro Flores con nel mezzo il grave infortunio del “Messi di Cantù” Franco Brienza.

Reggina - stagione 1999/00

Come a Crotone quest’anno, la stagione 1999/2000 era quella di esordio di un’altra squadra calabrese, la Reggina. Dopo aver strappato l’ultimo pass per la Serie A, gli amaranto, guidati da Franco Colomba, si presentano ai nastri di partenza come la classica Cenerentola del torneo: mix di vecchi artefici della promozione e giovani ricevuti in prestito dalle grandi per poter rodare i propri tesserati, e molta sfacciataggine. Inutile dire che il pubblico che accorreva al Granillo era da record, con 24mila abbonamenti sottoscritti, di cui 11mila quando i giochi per la promozione in Serie A erano ancora aperti. Praticamente il sold out era garantito in ogni partita casalinga. In porta c’era Paolo Orlandoni, poi sostituito da Massimo Taibi al rientro in Italia dopo un’infelice parentesi al Manchester United; in difesa Bruno Cirillo, Giovanni Morabito, Lorenzo Stovini e Joseph Dayo Oshadogan, il primo giocatore di colore ad indossare la maglia della Nazionale U21 guidata da Cesare Maldini; a centrocampo c’erano Giandomenico Mesto, l’eterna promessa Roberto Baronio, un altro bresciano come Andrea Pirlo, in prestito dall’Inter e, soprattutto, Francesco Cozza, fantasista e prodotto del vivaio amaranto, al rientro dopo una girandola di prestiti; in attacco Davide Possanzini, Erjon Bogdani e Mohamed Kallon. Il 29 agosto l’esordio fu al Delle Alpi con la Juventus di Del Piero e Zidane. Finì 1-1 con il primo gol in Serie A nella storia della Reggina siglato dal sierraleonese Momo Kallon che ha pareggiato la giocata di Inzaghi. Dopo aver fermato la Juventus, la squadra impose il pareggio anche a Fiorentina, Parma, Lazio ed Inter. A San Siro con il Milan finì 2 a 2, grazie a un rigore parato da Belardi a Shevchenko, mentre la Roma capitolò sotto i gol di Cozza e Cirillo. La salvezza arrivò senza affanno: all’ultima di campionato all’Olimpico la squadra poté assistere senza patemi al 3-0 che, complice il naufragio juventino di Perugia, regalava lo scudetto alla Lazio.

La Reggina collezionerà altre sette stagioni in A. Una in particolare merita un capitolo a parte, ed è quella che seguì Calciopoli con gli amaranto che riuscirono in un’impresa incredibile, rimontando 11 punti di penalizzazione e conquistando una salvezza insperata. Altri giocatori di spessore che passarono per l’Oreste Granillo furono Emiliano Bonazzoli, David Di Michele, il brasiliano Mozart, il “Pianista dello Stretto”, il giapponese Shunsuke Nakamura, talento intermittente ma una sentenza sui calci piazzati, la coppia gol formata da Nicola “Piede Caldo” Amoruso e Rolando Bianchi.

Oggi purtroppo la squadra di Lillo Foti, dopo aver conosciuto l’onta del fallimento e i pantani della Serie D, sta vivendo un’altra stagione tribolata in Lega Pro, lottando per evitare la retrocessione, e dei 24mila abbonati della stagione d’esordio oggi ne rimangono neanche un decimo sugli spalti.

Lecce - stagione 2003/04

Citando Checco Zalone in “Cado dalle nubi” nella scena in cui è a cena a casa della famiglia Mantegazza: “la Puglia è lunga ed è tutta bella”. E non possiamo che dargli ragione. Soprattutto per la zona più meridionale, il Salento, distante ore di auto anche per gli stessi pugliesi; motivo che ha rafforzato il loro senso di autonomia, celebrato da uno striscione sugli spalti dello stadio che recitava “Salento is not Puglia!”. L’impianto di gioco non poteva che essere il Via del Mare di Lecce. A tutto ciò aggiungiamo l’esplosione nella stagione 2003/2004 degli interpreti giallorossi dell’epoca che consacrò il Lecce come brand di culto.  

Nell’estate del 2003 il Lecce si ripresentò in Serie A con una rosa praticamente identica a quella che arrivò terza nella stagione precedente in cadetteria. In porta Vincenzo Sicignano sostituisce Marco Amelia, girato in prestito dal Livorno al Parma nel mercato di riparazione; in difesa c’erano Cesare Bovo e Lorenzo Stovini, pronti ad allargare sulle fasce arate da Marco Cassetti e Max Tonetto; in mezzo al campo, un 26enne Guillermo Giacomazzi dava già segnali di un’intelligenza tattica superiore, affiancato dall’argentino Christian Ledesma, pescato da Pantaleo Corvino dalle giovanili del Boca Juniors; ma era davanti che la squadra diveniva fenomeno pop, grazie al tridente Vucinic-Bojinov-Chevanton. Direttore d’orchestra era Delio Rossi, confermato in panchina. 

Il ventenne Vucinic mise presto in mostra un mix di doti atletiche e lucida follia, non tuttavia supportate da una continuità di rendimento degna di nota. Il bulgaro Bojinov aveva una potenza di calcio quasi incompatibile con il suo baricentro e a 16 anni fu il più giovane straniero a saggiare la massima serie, mentre nel gennaio 2004, non ancora maggiorenne, andò in gol contro il Bologna. Infine, c’era Ernesto Javier Chevantón, che quell’anno realizzò 19 gol. Quella del Lecce per l’uruguaiano divenne subito una seconda pelle e il suo attaccamento alla maglia lo portò, assieme al connazionale Giacomazzi, a giocare e segnare in giallorosso in tre categorie. Oltre che a sottoscrivere un abbonamento in curva, tra i suoi tifosi, una volta smesso di giocare. 

Fu un campionato a due facce: un girone di andata disastroso con soli 12 punti conquistati, mentre da gennaio, soprattutto grazie agli innesti di Jorge Eladio Bolaño e Daniele Franceschini si cambiò marcia, certificando la salvezza in primavera nelle due partite consecutive più difficili contro Juventus al Delle Alpi, 4-3 con tripletta di Konan e Inter, 2-1 con gol di Tonetto e Bovo. All’ultima giornata il Via del Mare assistette alla festa congiunta per la salvezza di Lecce e Reggina.

L’anno successivo la squadra, passata alle cure di Zdenek Zeman, si ripeté grazie alla definitiva consacrazione dei suoi prospetti. Seguirono anni di sali e scendi tra la A e la B, drammaticamente conclusi con il doppio salto all’indietro nel 2012 per illecito sportivo e l’abbandono della famiglia Semeraro. La Lega Pro è un torneo ostico e lo dimostrano le due finali play-off consecutive perse rispettivamente contro Carpi e Frosinone tra il 2012 e il 2014. Anche quest’anno, vista la appena ritrovata Serie B dopo quasi 20 anni da parte del Foggia, si prospetta l’ennesima post season, speriamo con tutt'altri risultati.

Messina - stagione 2004/05

La stagione successiva avviene l’exploit di una squadra siciliana che mancava dalla serie A da 40 anni, il Messina. E fu un’annata da applausi. La prima partita casalinga mette di fronte i peloritani con la Roma di Del Neri, arbitro dell’incontro Pierluigi Collina. Dopo essere passata per due volte in vantaggio, il Messina viene ripreso dalla tripletta di Vincenzo Montella. Al 75′ Domenico Giampà, che poche settimane dopo si procurerà un tremendo infortunio sbattendo una coscia contro i tabelloni pubblicitari, pareggiava i conti. Pochi minuti dopo, il tripudio: Riccardo Zampagna superava Ivan Pelizzoli con un pallonetto stupendo, prima di portare le mani alle orecchie per godersi il boato dei suoi. Un 4-3 scoppiettante che, come detto, fu solo il preludio per una stagione da incorniciare. Altro fattore che diede slancio alla corsa del Messina fu l’inaugurazione del nuovo stadio, il San Filippo, i cui lavori iniziati nel 1989 e travagliati da fallimenti e complicazioni di ogni tipo erano terminati nel momento più opportuno. L’impianto, oggi dedicato alla memoria di Franco Scoglio, era un gioiello per l’isola, la giusta cornice per la nuova avventura ai massimi livelli dei peloritani. Andava a sostituire il comunale Giovanni Celeste, storico impianto calpestato fin dagli anni Trenta e incastrato all'interno del quartiere Gazzi, secondo logiche urbanistiche di un tempo. 

Tre giorni dopo la vittoria contro la Roma, Giampà e Zampagna ammutolirono i 60mila tifosi milanisti di San Siro, rispondendo all’iniziale gol di Pancaro: 1-2 contro i campioni d’Italia in carica. La prima sconfitta arrivava alla sesta giornata contro la capolista Juventus in uno scontro al vertice visto che i bianconeri precedevano i siciliani di appena due punti in classifica.

In quella rosa fenomeni non ce n’erano: davanti a Marco Storari figuravano l’ivoriano Mark Zoro, l’iraniano Rahman Rezaei e i palermitani Salvatore Aronica e Alessandro Parisi, fluidificante instancabile sulla fascia; a metà campo Massimo Donati, in prestito dal Milan, l’agonismo di Carmine Coppola e la fantasia di Gaetano D’Agostino; davanti le bocche di fuoco, oltre a Zampagna che all’epoca non aveva mai calcato i campi della A ma segnò comunque 12 reti all’esordio, erano Nicola Amoruso, Arturo Di Napoli, autore in tutto di 9 gol, e la meteora giapponese Atsushi Yanagisawa, incapace di reggere il confronto con il connazionale Nakamura di là dello Stretto. In panchina Bortolo Mutti era il comandante di questo esercito che voleva stupire l’Italia. Tra i comprensibili alti e bassi, il Messina si tolse la soddisfazione di battere al ritorno l’Inter in rimonta al 90° e a poche giornate dalla fine il piazzamento che significava Europa era ancora un traguardo concreto. Alla fine il Messina conquistò un incredibile settimo posto e la qualificazione all’Intertoto, che la società rifiutò.

L’anno dopo la squadra si salvò grazie alla tempesta Calciopoli, venendo appunto ripescata, ma la retrocessione era di là da venire già nel 2007. L’incantesimo finì di colpo un anno dopo con il patron Pietro Franza che pur di uscire dalla società decise addirittura di non iscrivere la squadra al campionato cadetto lasciandola sprofondare nel baratro della serie D. Oggi, dopo aver cambiato un paio di volte nome, battaglia come altre nobili meridionali decadute nei pantani della Lega Pro.

Palermo - stagione 2009/10

Come scritto all’inizio, l’avvicendamento tra Maurizio Zamparini e Paul Baccaglini dietro la scrivania della presidenza del Palermo è notizia di pochi mesi fa ed è, quindi, ancora presto per certificare le intenzioni dell’ex inviato de Le Iene, fondatore del fondo di investimento Integritas Capital. Di certo, però, le dichiarazioni “asettiche” del nuovo patron, “l’obiettivo è da sempre stato quello di individuare opportunità nei mercati liquidi e capitalizzare sul re-adjustment dei prezzi”, non saranno suonate granché bene alle orecchie dei tifosi palermitani. Si chiude una epopea tra le più esaltanti e contraddittorie del nostro recente pallone, quella di Maurizio Zamparini appunto. In 17 anni di presidenza si sono avvicendati 28 allenatori, ma l’esperienza del Palermo in A è stata lunga e coronata di numerosi traguardi sportivi e ha regalato al calcio mondiale dei giocatori di livello assoluto. Il link all’articolo sulla nostra Top 11 dell’era Zamparini è esaustivo circa i giocatori e i risultati ottenuti dal suo Palermo. 

Una stagione su tutte è quella 2009/2010, la migliore del Palermo in Serie A con Delio Rossi in panchina che va a sostituire l’esonerato Walter Zenga. Alla fine i record sono numerosi: l'imbattibilità casalinga, il nuovo record di 65 punti totali, i 59 gol fatti come nella stagione 1950-1951, le sole 9 sconfitte come nella stagione 2004/2005 e infine le 18 vittorie totali, una in più della stagione 2008/2009. Considerando la classifica avulsa tra le prime sette classificate in campionato, ovvero le società qualificatesi alle coppe europee, il Palermo è stata la migliore squadra negli scontri diretti, trovandosi in testa a questa speciale classifica con 20 punti, uno in più di Inter e Sampdoria. Tutto ciò, purtroppo, non si è concretizzato con un posto in Champions League, ottenuto dalla Sampdoria e distante solo due punti a fine campionato, ma con un quinto posto, raggiunto per la terza volta nella storia. Il miglior marcatore rosanero è stato Fabrizio Miccoli che con il compagno di reparto Edinson Cavani sono stati la terza coppia gol più prolifica del torneo.  

Catania - stagione 2012/2013

Questa stagione è a doppio volto per la Sicilia, coincidendo con l’ultima retrocessione del Palermo da una parte ma con la migliore nella storia del Catania in Serie A. Fare bene calcio alle pendici dell’Etna in quegli anni era semplice, con un climax crescente partito dalla stagione 2008/2009 con la squadra guidata da Walter Zenga che stabilisce il nuovo record di punti in Serie A (41); da ricordare anche il derby vinto per  4-0 al Barbera contro il Palermo e la magia da centrocampo di Giuseppe Mascara che entra di diritto tra i gol più belli del torneo. Record di punti subito battuto la stagione successiva (45) con in panchina Siniša Mihajlović, alla sua seconda esperienza, dopo Bologna, come primo allenatore. Nel 2010/2011, invece, è la volta della prima esperienza in Europa di Diego Simeone che sostituisce l’esonerato Marco Giampaolo e ritocca il record di punti conquistati in un torneo (46), oltre a vincere nuovamente 4-0 il derby di Sicilia, questa volta in casa. Undicesimo posto e +2 rispetto al record precedente nel computo dei punti totali a fine stagione 2011/2012 per il Catania guidato da Vincenzo Montella, alla sua prima esperienza in panchina tra i professionisti, se escludiamo l’esperienza a Roma quando è subentrato a Ranieri, quando era affiancato da Andreazzoli perché privo del patentino. Nella stagione presa in considerazione, la squadra passa sotto la guida di Rolando Maran e si toglie la soddisfazione di un ottavo posto con 56 punti, sopravanzando l’Inter nella classifica finale. In porta c’era Mariano Andujar; in difesa torreggiavano Nicola Legrottaglie e Nicolas Spolli; a metà campo Sergio Almiròn dettava il ritmo del gioco, affiancato dall’assist man Francesco Lodi e dall’agonismo del capitano Marco Biagianti; in attacco Gonzalo Bergessio era un bomber decisivo, con Takayuki “Maremoto” Morimoto come alternativa. Come si evince, Catania era un’oasi felice per il calcio, con un centro sportivo avveniristico a Torre del Grifo Village inaugurato nel 2011, un direttore sportivo competente come Pietro Lo Monaco ed una tifoseria affezionata. Forse l’addio di Lo Monaco nel 2012 per intraprendere esperienze poco fortunate al Genoa e al Palermo, prima di diventare proprietario del fallito Messina, è la causa nel brevissimo periodo del declino etneo. In un paio di stagioni, complice anche un illecito sportivo per evitare la retrocessione confessato dallo stesso presidente Pulvirenti, si trova in Lega Pro, senza ambizioni di classifica. La speranza è quella di vedere nuovamente lo stadio Massimino gremito come proscenio di un grande appuntamento calcistico.

 

Autore: Andrea Longoni

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