Hristo Stoichkov, l'Ayatollah bulgaro

Esistono diverse tipologie di giocatore nel mondo del calcio. Ci sono i seri professionisti, atleti impeccabili, mai una dichiarazione fuori luogo, mai paparazzati in situazioni compromettenti e che, anche laddove non arrivino con la tecnica, compensano con l’agonismo e l’amore per i colori che indossano; poi ci sono le promesse non mantenute, quelle che hanno un inizio di carriera tanto sfolgorante quanto effimero, magari per via di troppi infortuni, un’occasione persa in una grande squadra, un carattere spigoloso o troppo debole. E, infine, c’è Hristo Stoichkov: il genio spaccone più forte anche della sua indole poco malleabile, per usare un eufemismo.

Stoichkov racchiude nella sua persona quello che dovrebbero e non dovrebbero essere caratteristiche di un calciatore: pigrizia, talento tattico, iracondia, genialità, virtuosismo tecnico, presunzione, cattiveria. O si odia o si ama.

E’ una contraddizione vivente. Una carriera che rischiava neanche di decollare a causa di una radiazione, ma poi capace di vincere il trofeo individuale più importante al mondo, il Pallone d’Oro. Litigioso con arbitri, compagni, minaccioso verso quei giornalisti che, a sua dire, scrivono fesserie sul suo conto, ma poi sensibile da piangere come un bambino  quando incontra il Papa e padre modello quado gioca con le sue figlie. 

Stoichkov nasce a Plovdiv, in Bulgaria, ultimo baluardo del regime comunista che forgia il suo carattere. Si arruola nell’esercito, raggiungendo il grado di maresciallo, ma riesce a mantenersi giocando a calcio. Dotato di un fisico possente, abbinato ad un mancino capace di tirare delle cannonate, si fece notare, in tutti i sensi, nel CSKA Sofia

Soprannominato “Kamata”, Pugnale, per i suoi 132 gol in 151 partite, vince 3 campionati, 4 Coppe di Bulgaria, 1 Supercoppa Nazionale e, grazie a 38 reti, la Scarpa d’Oro nel 1990, premio riservato al miglior goleador d’Europa. 

L’episodio sbalorditivo che aiuta a far capire quanto sia precoce il giocatore, positivamente e negativamente parlando, però, accade nel 1985. Hristo ha 19 anni e da 6 mesi gioca nel CSKA. Nella finale di andata della Coppa Nazionale segna 4 dei 5 gol con cui il CSKA batte la squadra rivale. Non è una squadra delle tante, è l’altra squadra di Sofia, il Levski. E’ il “derby eterno”. Per la partita di ritorno, Hristo abbandona la maglia numero 8 (quella che lo accompagnerà per gran parte della sua carriera) e decide di indossare provocatoriamente la maglia numero 4.  A fine partita, ovviamente, ci fu una rissa talmente violenta, con Hristo sugli scudi, che il partito comunista bulgaro sciolse le due squadre. Stoichkov, inizialmente, fu radiato, squalificato a vita, ma poi i dirigenti bulgari ritrattarono tutto quando la Nazionale si qualificò a Messico '86 e ammorbidì la sanzione, squalificandolo per un anno, pena poi ridotta a 6 mesi, ma che gli fece comunque perdere l’appuntamento mondiale. 

Riesce a portare il CSKA Sofia addirittura in semifinale di Coppa delle Coppe nel 1989, perdendo il doppio confronto contro il Barcellona di Cruijff, il quale nota subita il talento bulgaro e ottiene il suo acquisto nel 1990, dando vita a quello che passerà alla storia come il Dream Team. Insieme a gente del calibro di Romario, Zubizarreta, Guardiola, Salinas e Koeman mette in ginocchio Spagna ed Europa, conquistando 4 volte consecutivamente la Liga (neanche a Messi è riuscita un’impresa di questa portata), 3 Supercoppe di Spagna, una Coppa dei Campioni, vinta ai supplementari contro la Sampdoria, ed una Supercoppa Europea

Inizialmente, però, il temperamento impulsivo fa pensare che il ragazzo non sia pronto per il calcio che conta e spesso finisce nell’occhio del ciclone.  In una finale di Coppa di Spagna contro il Real Madrid, nel dicembre del 1990, Hristo, a seguito dell’espulsione di Cruijff, protesta contro l’arbitro Azpitarte e viene a sua volta allontanato dal campo. Per tutta risposta, Stoichkov prima di lasciare il rettangolo verde diede un violento pestone al giudice di gara. Venne squalificato per 6 mesi, pena poi ridotta a 10 settimane. 

A parte questo episodio, è un bomber implacabile e realizza 76 gol in 151 presenze. Per la sua esultanza a braccia alzate, al Barcellona lo soprannominarono "l'Ayatollah" (gesto con il quale farfugliava parole maldicenti a chiunque dopo ogni rete).

Ma per Stoichkov l’anno delle meraviglie è il 1994, quello dei Mondiali americani. La stagione con i blaugrana, però non si era conclusa bene, con la sonora sconfitta per 4 a 0 nella finale di Atene in Coppa dei Campioni contro il Milan di Capello. In questa occasione, Hristo, ma in primis l’allenatore Cruijff, si era lasciato andare a dichiarazioni cariche di superbia e saccenteria relativamente alla partita finale che li aspettava: "Dipende dagli allenatori. Il nostro mister predica il gioco d'attacco. La nostra capacità offensiva contro quella difensiva del Milan. Loro sono senza Baresi. Un gran leader (...) Ora, senza di lui e senza Costacurta, i milanisti perderanno in sicurezza"

La sconfitta di Coppa fece talmente male che solo un cammino impronosticabile al Mondiale americano qualche settimana dopo riuscì un po' a metabolizzare lo smacco. Stoichkov trascina i Leoni bulgari in semifinale, dove la magica corsa s'arresta al cospetto degli Azzurri guidati da Roberto Baggio proprio alle porte di Pasadena. In precedenza, però, negli ottavi e ai quarti regalerà gioie al popolo bulgaro, eliminando rispettivamente Messico e Germania. In particolare, contro i Tricolor sarà la partita della sofferenza con l'uomo in meno, di uno dei gol più belli e pesanti nella carriera di Stoichkov, della celebre dichiarazione “Dio è bulgaro”  e del “verguenza” ringhiato al direttore di gara siriano dopo la vittoria balcanica al calci di rigore. Conclude la rassegna iridata da capocannoniere e con il Pallone d’Oro sotto il braccio. 

Lascia Barcellona per qualche screzio di troppo e arriva a Parma per 32 miliardi di Lire. Vive un anno da esiliato, in campo delude e non lascia il segno. E’ più attivo fuori dal campo, dove insieme al compagno Crippa sfiorò la rissa con un vigile urbano, colpevole d'aver multato le auto dei calciatori posteggiate in divieto di sosta e, soprattutto, per aver fondato insieme ad altre personalità un istituto di credito tra i cui azionisti figuravano soltanto celebrità bulgare.

Dopo un anno torna a Barcellona, privo di Cruijff, ma si trova chiuso da Giovanni e da uno scalpitante Ronaldo. Il suo rendimento non sarà quello della prima esperienza in Catalogna, ma fa in tempo a vincere una Copa del Rey, una Coppa delle Coppe e la sua seconda Supercoppa Europea.

Torna in patria, al CSKA Sofia, prima di girovagare tra Arabia, Giappone e Stati Uniti, vincendo una Coppa d’Asia con l’Al-Nassr, una Coppa dell’Imperatore con i Kashiwa Reysol e un campionato MLS con il D.C. United

Una volta ritiratosi veste i panni di allenatore, presentando una volta di più i lati scomodi del suo carattere. Ma questa è un’altra storia. O forse no. 

 

Autore: Andrea Longoni

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