Combattiamo il razzismo! #SayNoToRacism

Nell’ultima giornata del campionato di Serie A, il meritato successo del Napoli all’Olimpico contro la Lazio (che ha permesso ai partenopei di inanellare il settimo successo consecutivo e di proseguire il cammino in testa alla classifica) è quasi stato messo in secondo piano a causa di cori razzisti all’indirizzo dei tifosi napoletani e ululati verso il difensore azzurro Kalidou Koulibaly da parte di una frangia della tifoseria laziale. 

Di fronte a questa situazione l’arbitro Irrati si è sentito costretto a sospendere per alcuni minuti l’incontro sia per far smettere i cori beceri sia per individuare con esattezza da dove provenissero. Risultato: la curva Nord chiusa per due turni.

L’ignoranza, purtroppo, è immarcabile. Si infila ovunque, dribblando e sgomitando. Ma c’è un modo per arginarla: parlarne, denunciando fatti e misfatti, isolando i barbari e condannando il razzismo in ogni sua forma e manifestazione. Lo sdegno però è tanto perché l’episodio di razzismo andato in scena all’Olimpico è solo l’ultimo di una lunga serie di vergognose macchie.

A memoria, uno dei primi episodi ad aver avuto una notevole cassa di risonanza a livello mediatico è quello che ha visto come protagonista l’ivoriano Marco André Zoro nel 2005 in un normalissimo Messina - Inter. Ripercorriamo la sua carriera prima dell’episodio che purtroppo lo ha fatto balzare agli onori della cronaca.

 

Marco Andrè Zoro Kpolo nasce ad Abidjan, in Costa d’Avorio, il 27 dicembre 1983. Forte fisicamente, gioca da difensore centrale ma può essere adattato anche sulla fascia. Arriva in Italia nel 1999, a soli 16 anni, dopo essere stato ingaggiato dalla Salernitana. Alla sua prima stagione in prima squadra disputa solo le ultime tre partite del campionato, ma nelle stagioni seguenti gioca con più regolarità entrando a far parte dei titolari.

 

Con la maglia granata gioca bene e si fa notare dagli osservatori della selezione ivoriana che lo inseriscono stabilmente nella lista dei candidati alla convocazione. Nel ‘02/’03 arriva il suo primo, e unico, gol con la Salernitana e lo realizza nel derby vinto col Napoli. Quella vittoria fu una delle poche soddisfazioni in quell’anno che vide la Salernitana chiudere il campionato in ultima posizione.

Le cattive prestazioni della squadra granata portarono alla cessione, seppur in prestito, di Zoro al Messina durante il mercato di gennaio del 2003. Al termine della stagione conquista la promozione in massima serie con i peloritani. Viene acquistato a titolo definitivo dal Messina solo nella stagione ‘04/‘05 e con essi ottiene un settimo posto, risultato storico per la squadra dello stretto.

 

 

Il 27 novembre 2005, durante il purtroppo famoso Messina - Inter, Zoro è preso di mira dai cori razzisti dei “tifosi” nerazzurri. Il giocatore, infastidito, prende il pallone e minaccia di abbandonare il campo. Adriano e Martins riuscirono a calmarlo e fargli cambiare idea scusandosi per il cattivo comportamento dei propri tifosi. La settimana seguente la FIGC decise di ritardare il calcio d’inizio delle partite e tutte le squadre entrarono in campo con uno striscione contro il razzismo.

A seguito di un periodo negativo della squadra giallorossa, culminato con la retrocessione in Serie B per due volte consecutive, la prima annullata dopo le sentenze di Calciopoli, Zoro decide di non rinnovare il contratto in scadenza nel giugno 2007.

 

Nel frattempo Zoro perde la finale di Coppa d’Africa del 2006 ai rigori contro i padroni di casa dell’Egitto, e in estate partecipa con gli Elefanti ai Mondiali di Germania venendo eliminato da Argentina e Olanda nel girone. Svincolatosi dal Messina, Zoro approda in Portogallo per giocare con il Benfica, squadra tra le più blasonate del Paese e d’Europa. Con le Aquile non trova spazio tra i titolari e dopo una stagione e mezzo inizia il suo peregrinare in prestito. Ottiene due periodi di prova al West Ham e al Blackburn ma non riesce a convincere entrambe le società. Poi strappa un ingaggio al Vitoria Setubal.

 

Terminata la stagione ottenendo la salvezza, torna al Benfica che lo manda nuovamente in prestito. Questa volta in un campionato decisamente di seconda - se non di terza - fascia, quale il campionato rumeno, all’Universitatea Craiova, che retrocederà in quella stagione. Tornato ancora una volta a Lisbona, vede scadere il proprio contratto con le Aquile e rimane svincolato fino al gennaio 2012, quando è acquistato dai francesi dell’Angers. Con l’Angers disputa due campionati di Ligue 2, la Serie B transalpina, il primo terminato a metà classifica e il secondo al quinto posto, sfiorando la promozione.

 

Nell’estate 2013 si trasferisce ai greci dell’OFI Creta, squadra di Super League greca, dove trova l’ex Salernitana Ricardo Veron. Anche in Grecia è purtroppo vittima di razzismo. Durante una partita con l’Aris Salonicco, i "tifosi" avversari lo prendono di mira con insulti a sfondo razzista e Zoro è addirittura ammonito dall’arbitro per essersi lamentato. Purtroppo resta svincolato e l'Ofi è attualmente l’ultima squadra in cui abbia militato a livello professionistico.

 

Zoro, purtroppo, non è stato l’unico giocatore ad essere vittima di cori razzisti in Italia e in Europa, anzi è in buona compagnia. Va sicuramente ricordato il caso del nigeriano Omolade, attaccante con un passato anche al Torino, che appena diciottenne, nel 2001, quando militava nel Treviso durante una partita a Terni venne sommerso di fischi e ululati. La settimana successiva, guarda caso contro il Messina, la squadra, giocatori e panchinari, scese in campo con le facce tinte di nero in segno di solidarietà.

 

Anche Samuel Eto’o ebbe la stessa reazione di Zoro. Nel 2010 il camerunense, con la maglia dell'Inter, fu attaccato dagli ultras rossoblu del Cagliari e anche in quell’occasione l’arbitro sospese il match.

 

E poi c'è da ricordare un fantoccio di colore impiccato con la scritta “Negro go away” esposto dagli Skinhead del Verona durante un derby con il Chievo. Era il 1996 e degli imbecilli se la prendevano con un giocatore della loro squadra. Il tutto accompagnato da un polemico striscione, in dialetto veneto, dai toni chiaramente razzisti: "Il nero ve lo hanno regalato, mandatelo a pulire lo stadio", in aggiunta ad un altro: "Mazzi, Ferrier portalo in cantiere" (con l'evidente riferimento agli affari dell’allora presidente, imprenditore nel campo dell'edilizia).

 

Anche il ghanese Kevin-Prince Boateng nel 2013, durante un’amichevole invernale contro la Pro Patria a Busto Arsizio, scaglia violentemente la sfera contro gli ultras di casa che avevano insultato lui e altri suoi compagni. Motivo per cui il giocatore a fine stagione decide di lasciare l’Italia.

 

Pochi mesi dopo, a San Siro, i sostenitori della Roma ricoprono di insulti razzisti e offese Mario Balotelli, spingendo l’arbitro a fermare il match.

Un paio di settimane dopo l’episodio di Dani Alves in Villareal - Barcellona, piovono banane anche in Italia, dalle tribune di Bergamo, stavolta all’indirizzo di Kevin Constant, che infastidito le consegna al direttore di gara.

 

Da anni la UEFA si fa portavoce di una campagna contro il razzismo con i suoi striscioni esposti e spot “No to racism”, ma finché non ci saranno pene certe e più severe contro gli imbecilli tutto questo servirà a poco.

 

Perché il calcio ha bisogno di emozioni e sogni, e non è una questioni di colori, ma di fede per la propria squadra e rispetto di quella avversaria. Almeno così dovrebbe essere.

 

Autore: Andrea Longoni

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