Giorno della memoria: per non dimenticare

Il campo di prigionia di Auschwitz
Il campo di prigionia di Auschwitz

Oggi ricorre l'anniversario dell’arrivo delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, presso la città polacca di Auschwitz. Giorno in cui scoprirono l'ormai tristemente famoso campo di concentramento e liberarono i superstiti.

 

La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l'orrore del genocidio nazista. L'apertura dei cancelli di Auschwitz mostrò al mondo intero non solo molti testimoni della tragedia ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati dentro al lager nazista.

 

La dedica di questo articolo è ai giovani, affinché possano comprendere la sofferenza legata agli eventi della Seconda Guerra Mondiale, perché essi non devono accadere #maipiù.

Ogni anno questa ricorrenza assume sempre più importanza sia per la portata storica sia soprattutto perché le testimonianze dirette giocoforza stanno venendo meno e un giorno toccherà a tutti noi portare avanti la memoria di ciò che è stato e non dovrà più ripetersi, mai e in nessuna parte del mondo.

 

Sono molteplici i racconti e le testimonianze, soprattutto nel mondo della letteratura, su tutti quella di Primo Levi in “Se questo è un uomo”, tra l’altro sempre ad Auschwitz. Con una legge del 20 luglio 2000, e anticipando le Nazioni Unite di qualche anno, la Repubblica Italiana ha istituito il Giorno della Memoria e nel primo articolo riconosce il 27 gennaio come data simbolica per "ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati".

 

Federico Buffa, autore di uno spettacolo teatrale in ricordo della Shoah
Federico Buffa, autore di uno spettacolo teatrale in ricordo della Shoah

E’ palese che in quegli anni molte persone hanno perso la loro quotidianità, vedendosi privare di diritti ora inalienabili. Esistono diverse storie anche nello sport in cui le vittime, prima della follia nazista, erano atleti più o meno conosciuti. Sportivi ma soprattutto uomini e donne. Perseguitati e ridotti a numero. Privati di tutto prima, privati della vita poi.

 

Due anni fa di questi tempi ero con il mio amico Roberto ad Arcore ad ascoltare dal Vate Federico Buffa la storia incredibile di Arpad Weisz, l'allenatore che, negli anni '30, aveva reso leggenda in Italia ed in Europa l'Inter e il Bologna.

Arpad Weisz, allenatore ungherese deportato e ucciso ad Auschwitz
Arpad Weisz, allenatore ungherese deportato e ucciso ad Auschwitz

Arrestato con la famiglia, nell'ottobre 1942 Arpad venne portato al campo di lavoro di Cosel, la moglie Elena e i piccoli Roberto e Clara vennero uccisi nelle camere a gas, quindi l'ultima deportazione sempre nella troppo ricorrente Auschwitz dove morì il 31 gennaio 1944, consumato dagli stenti e dal dolore.

 

Ma ne esistono a centinaia di testimonianze di questa caratura. Come quella di Julius Hirsch, il primo calciatore tedesco ebreo a vestire la maglia della nazionale. Durante la Grande guerra, era anche stato decorato con la Croce di ferro. Non bastò, la sua vita divenne impossibile. Lasciò la moglie per non mettere in pericolo lei e i due figli, subì la deportazione, indovinate dove, ad Auschwitz.

Morì nel 1943, non era più un eroe di guerra, non più un mito del pallone. Solo un ebreo.

 

Ernesto Erbstein, braccio destro del presidente del Grande Torino, deportato ed ucciso ad Auschwitz
Ernesto Erbstein, braccio destro del presidente del Grande Torino, deportato ed ucciso ad Auschwitz

L'orrore delle leggi razziali e dei lager c'è anche chi ha potuto raccontarlo. Ernesto Erbstein, braccio destro del presidente del Grande Torino Ferruccio Novo, non era ebreo, ma di madre ebraica e, dopo aver vissuto a Bari e Lucca, si trasferì a Torino nel 1938.

Fu il suo modo per giustificare alle figlie, che non avrebbero più potuto continuare a frequentare la scuola pubblica a causa delle leggi razziali, l'iscrizione ad un istituto privato. Non fu sufficiente, dovette lasciare l'Italia nel 1939 e, grazie a Novo, tornò a Budapest, dopo una fuga che lo vide passare anche attraverso l'Olanda.

Arrestato, fuggì da un campo di lavoro e riparò presso il consolato svedese, per tornare a Torino dopo la Liberazione. Si salvò dai nazisti, morì a Superga il 4 maggio 1949.


Auschwitz resta il nome più terribile. Lì morì Raffaele Jaffe, il professore astigiano che, nel 1909, aveva fondato il Casale portandolo, da presidente, sino allo scudetto del 1914. Ebreo convertito al cattolicesimo, venne arrestato in una retata nel febbraio del 1944 e internato nel campo di Fossoli, vicino Carpi. Subì il dramma della deportazione e, ad Auschwitz appunto, morì il 3 agosto 1944.

 

Gino Bartali, campione del ciclismo italiano, che salvò 800 ebrei durante la seconda guerra mondiale
Gino Bartali, campione del ciclismo italiano, che salvò 800 ebrei durante la seconda guerra mondiale

Ci sono anche testimonianze che ai nostri occhi, ormai sfiorati dalle tragedie solo in televisione e per pochi minuti, sembrano epiche o degne di un super eroe. Come quella di Gino Bartali, il grande ciclista italiano, tre volte vincitore del Giro d’Italia, due del Tour de France, l’eterno rivale di Fausto Coppi.

 

L’uomo che, staccando tutti sulle Alpi francesi, il 16 luglio 1948, mise per la seconda volta le mani sulla corsa a tappe più importante del mondo e salvò l’Italia dalla guerra civile dopo l’attentato a Togliatti del giorno prima. Almeno così narra la leggenda. Tuttavia non è questo quello che si vuole qui raccontare. La storia riguarda le quaranta “staffette” che Bartali fece in tempo di guerra, salvando centinaia di ebrei, 800 per la precisione, dalla deportazione.

 

Come disse lui stesso “Il bene si fa ma non si dice e certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”. Rischiava infatti di perdere tutto, eppure Bartali andava da Firenze ad Assisi con la sua bicicletta, partenza all’alba e ritorno oltre il tramonto, con i documenti falsi, destinati all’espatrio degli ebrei, nascosti nei tubi della bicicletta. Passava oltre i posti di blocco nazisti perchè lui era Bartali e doveva allenarsi. Nel 2013 è stato dichiarato postumo “Giusto tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell'olocausto fondato nel 1953. La nomina di “Giusto tra le nazioni” è un riconoscimento per i non-ebrei che hanno rischiato la vita per salvare quella anche di un solo ebreo durante le persecuzioni naziste.


Storie d’altri tempi forse, ma terribilmente vicine e che, grazie al significato intrinseco del Giorno della Memoria, cercano di prendere in carico il ricordo tremendo di quanto è accaduto e la responsabilità preventiva nei confronti del futuro, affinché simili eventi non possano mai più accadere.

 

Autore: Andrea Longoni

Olocausto e sofferenza: #maiPiu
Olocausto e sofferenza: #maiPiu

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