La storia del marchio FIGC

Attuale logo FIGC
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La settimana calcistica appena trascorsa, dedicata alle ultime partite di qualificazione ai Mondiali di Russia 2018, ha lasciato in eredità ai tifosi Azzurri non poche perplessità sul piano del gioco e dell’atteggiamento.

Allo stadio Grande Torino un pareggio striminzito contro la Macedonia, attualmente al 103° posto nel ranking FIFA, e una vittoria inutile ai fini della classifica finale del girone a domicilio contro l’Albania costringeranno la selezione di Ventura a giocarsi le chance di qualificazione alla roulette dei playoff. L’avversario di turno uscirà dall'urna di Zurigo il prossimo 17 ottobre.

La Federazione Italiana Giuoco Calcio ha però colto l’occasione per mostrare il restyling occorso al logo che da qui in avanti accompagnerà la Nazionale Italiana nei suoi impegni. Di seguito un excursus storico su come si è evoluto nel tempo il logo federativo.

 

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Perché una squadra si chiama "Hapoel", "Maccabi", "Beitar", "Bnei" o "Ironi"?

Ci saremo chiesti almeno una volta nella vita il significato del nome di alcune squadre di calcio, specialmente durante i match che coinvolgono squadre israeliane.

I manuali di calcio e i risultati dei turni preliminari di Europa League riportano la cronaca delle partite di squadre con nomi pittoreschi, che in realtà rappresentano uno spaccato culturale della nazione a cui questi club appartengono.

In questo articolo si risponde alle domande:

 

  1. Che cosa significa "Hapoel" nel nome di una squadra?
  2. Che cosa significa "Maccabi" nel nome di una squadra?
  3. Che cosa significa "Beitar" nel nome di una squadra?
  4. Che cosa significa "Bnei" nel nome di una squadra?
  5. Che cosa significa "Ironi" nel nome di una squadra?

Abbiamo risposto ad altre curiosità in questi articoli:

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Bidoni - L'incubo

Bidoni - l'incubo, Furio Zara. Ed. Kowalski 2006
Bidoni - l'incubo, Furio Zara. Ed. Kowalski 2006

"Mai giudicare un libro dalla sua copertina." (Fran Lebowitz, scrittrice statunitense)

 

Calcio e Dintorni nasce dal desiderio di raccontare storie calcistiche degli anni dopo il 2000, che i lettori collegano a un tempo bello della propria vita.

Questo desiderio è incarnato da un gruppo di amici - la redazione del blog - che scrivono articoli su calciatori, spesso rei di aver disatteso le aspettative dei club italiani che li hanno ingaggiati.

 

Durante le riunioni della redazione ci capita spesso di chiederci: "cosa ispira i nostri racconti?" e la risposta è ogni volta più ricca di dettagli. I ricordi della nostra adolescenza e della prima età adulta si collegano nella nostra mente al calcio, immancabile compagnia delle nostre domeniche pomeriggio.

I gossip del calciomercato, le epiche avventure dei campioni e le loro prodezze sul campo sono solo alcuni dei motivi che animano il nostro blog. Le peripezie di calciatori strampalati tra i campionati più o meno conosciuti sono un altro importante ingrediente che rimpolpa le nostre pagine.

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Che fine ha fatto Cristian Arrieta?

Oggi parliamo del primo incrocio in assoluto tra calcio e televisione nella quotidianità, un programma che ha tenuto incollati al piccolo schermo una generazione intera di adolescenti instillando in loro il sogno di diventare calciatori professionisti. "Campioni, il sogno", questo il nome del reality come avrete già capito, verteva attorno alla formazione calcistica del Cervia che, dopo aver fatto una selezione per avere una rosa competitiva per giocarsi la promozione dal campionato di Eccellenza in cui militava, faceva poi decidere una parte dei giocatori titolari da schierare, uno per reparto, al pubblico da casa tramite il televoto. L'allenatore era il vulcanico e sempre irrequieto Ciccio Graziani mentre il direttore sportivo era il pingue e goliardico Giancarlo Magrini. Una coppia che era un programma. In quella stagione, correva l'anno 2004/2005, riuscirono a portare il Cervia per la prima volta in Serie D e soprattutto portarono alla ribalta il calcio “di periferia”, facendo vedere in tv la domenica mattina le partite di Eccellenza del Cervia. 

Tra i giocatori, i tre migliori vincevano a fine campionato la possibilità di fare il ritiro estivo con una delle tre big di Serie A, Juventus, Milan ed Inter nella fattispecie. Per scegliere la ristretta cerchia di finalisti per il ritiro con i professionisti, ad un certo punto dell’anno si è deciso di far giocare delle partite amichevoli tra il Cervia e le compagini di Serie A. 

Piccola digressione: ricordo ancora la corsa dopo la scuola per andare al Brianteo di Monza a vedere Milan – Cervia (dovrei avere ancora a casa la bandiera della squadra romagnola). Era fine gennaio, mai visto lo stadio così pieno. Di quella partita ricordo il tunnel di Gullo, colui che millantò di aver marcato Del Piero in Champions League quando giocava nel Basilea, a Gattuso e una superba prestazione di Harvey Esajas, l’amico cuoco di Seedorf che lo portò al Milan, sulla fascia sinistra. 

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Che fine ha fatto Vratislav Greško?

Oggi è l’anniversario  di uno dei primi harakiri calcistici di recente memoria. Ovvero del napoleonico 5 maggio 2002: dall'altare alla polvere. Il calcio mediatico insegna che come ogni trionfo ha bisogno di un eroe, così ogni disfatta pretende un capro espiatorio. E il giovane Gresko ha sempre dimostrato una certa predisposizione per il ruolo: modi gentili, faccia stinta, disimpegni maldestri, sguardo triste, dolce vita bianca sotto la casacca nerazzurra da ragazzino cagionevole.

Ma ripercorriamo la sua carriera prima di quel nefasto 5 maggio.

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C'era una volta il calcio Made in Sud

Quella che si avvia alla conclusione potrebbe essere la stagione del definitivo tramonto del calcio meridionale in Serie A. 

A Crotone, la prima storica apparizione in massima serie è stata caratterizzata da molte ombre e poche luci, l’ultima delle quali è stata la meritata vittoria allo Scida contro l’Inter che ha rilanciato i Pitagorici nella corsa salvezza. Slancio puntualmente castrato dalle due vittorie consecutive che hanno consegnato all’Empoli, fin qui avido di gol, gli scalpi “eccellenti” di Fiorentina e Milan e che hanno permesso ai toscani di ergersi ulteriormente oltre la linea di galleggiamento. A Palermo, invece, la disorganizzazione a livello dirigenziale è proporzionale alla povertà di gioco e risultati sul campo. Il passaggio di testimone tra Maurizio Zamparini e Paul Baccaglini è solo l’ultimo di una serie di avvenimenti in questa stagione tormentata. Solo il tempo e la possibilità di fare “tabula rasa” che comporta la ormai quasi certa retrocessione ci diranno della bontà dei propositi della nuova dirigenza.

A meno di clamorose sorprese dai play off di Serie B e alla luce di quanto sopra, la prossima stagione potrebbe essere l’Anno Uno del calcio del Mezzogiorno. Uno come la sola squadra rappresentante il Sud Italia in Serie A, il Napoli, tanto grande quanto solo, e l’unica a predicare in un deserto contraddistinto da mancanza di progettualità, poca lungimiranza, nessun investimento e una tendenza all’avventurismo da parte degli addetti ai lavori da far accapponare la pelle. Tutti questi fattori hanno ampliato la forbice tra il calcio del Nord e il calcio del Sud. Uno sport che, a seconda della latitudine dello Stivale, va a due velocità.

Una diretta conseguenza è che, ormai, i veraci e gagliardi derby del Sud sono relegati, nella migliore delle ipotesi, nelle categorie semiprofessionistiche e vivono di sfarzi passati e di sole rivalità campanilistiche tra tifoserie, mentre alcune piazze sono addirittura sparite dai radar a causa di fallimenti e conseguenti ridimensionamenti.

Di seguito, ripercorriamo l’apice raggiunto nel recente passato da sei società meridionali in Serie A.

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Che fine ha fatto Freddy Adu?

Ad inizio anni 2000 la MLS era un campionato di nicchia, per non dire di basso livello, visti i pochi campioni ed il ridotto numero di giovani prospetti. Tuttavia nel 2004 un giovane, giovanissimo calciatore sembrava poter impartire lezioni di football ad una nazione che il football lo conosceva, ma intendeva un altro sport.

 

In un contesto caratterizzato da pochi talenti e tanti giocatori anziani, un giovanissimo e rilucente calciatore aveva tutte le carte in regola per mettersi in mostra. E il soccer americano dimostrava di averne proprio bisogno.

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Che fine ha fatto Mauro Germán Camoranesi?

"La forza mentale distingue i campioni dai quasi campioni" (Rafael Nadal, tennista spagnolo)

 

Tra la fine degli anni 90' e l'inizio degli anni 2000 il calcio italiano ha accumulato finali e vittorie in Champions League e Coppa Uefa con club di grande tradizione come Inter e Juventus e con una provinciale indimenticabile come il Parma.

Negli stessi anni i calciatori diventavano sempre più uomini copertina per bellezza e fama, fornendo persino validi motivi alle donne per seguire il calcio, fino a quel tempo di limitato interesse per il mondo femminile.

Quegli anni videro la crescita della realtà provinciale di Verona, che nel 2002 ebbe per la prima volta due squadre contemporaneamente nella massima divisione: il ChievoVerona di Nicola Legrottaglie e l'Hellas Verona di Mauro German Camoranesi, di cui tratta il presente articolo.

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Che fine ha fatto Vampeta?

Ad inizio anni 2000 il Brasile sfornava talenti del calibro di Roberto Carlos, Cafu, Rivaldo, Ronaldinho e Ronaldo ed a centrocampo Edmilson e Gilberto Silva creavano una diga forte fisicamente e tecnicamente. I giocatori appena citati sarebbero diventati nell'estate del 2002 Campioni del Mondo, nel mondiale di Corea del Sud e Giappone, terminato male e anzitempo per quanto riguarda la nazionale italiana.

Nella squadra campione c'era spazio anche per altri giocatori, meno talentuosi, ma di sicura utilità in un team disegnato per sostenere un gioco d'attacco.

Uno di essi rispondeva al nome di Marcos André Batista Santos, conosciuto come "Vampeta" ai più.

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Che fine ha fatto Aldo Firicano?

Viaggiamo nel meridione d'Italia, tradizionalmente fucina di talenti bruciati come il sole dei suoi riarsi campi di paese.

Il giocatore di cui si parla oggi è sicuramente ricordato dai più esperti, dato che legò il proprio nome all'epica Fiorentina di fine anni '90. A Firenze giocavano campioni come Rui Costa e Batigol e sulla maglia viola erano presenti sponsor squisitamente old-school come Sammontana e Nintendo. Oltre alla Fiorentina, il giocatore fu protagonista anche in un Cagliari esplosivo, paragonabile certo a quello dell'era Suazo-Zola-Esposito.

 

Il suo nome è Aldo Firicano. Siciliano di Erice, si fa strada sgomitando tra Cava de' Tirreni, Nocera Inferiore-Superiore ed Udine, la sua vera esplosione è nel Cagliari della Coppa UEFA (stagione '92-'93), e da difensore vecchia maniera riesce comunque a mettere a segno varie reti; suo compagno quella stagione è Allegri.

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